Riflessioni sparse a Sinistra

Il blog di Andrea Sironi

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“Oggi è raro incontrare persone che credano di possedere la verità; Ci confrontiamo invece costantemente con quelli che sono sicuri di avere ragione”.

Hannah Arendt

Una politica che sappia ascoltare, prima di spiegare.

Una politica capace di comprendere il malessere, la frustrazione della gente comune, dei territori.

Ecco da dove deve ripartire la Sinistra. L’umiltà come presupposto per ricostruire un rapporto con la realtà che da troppo tempo è stato disperso.

Andrea Sironi

Il passato è ritornato in auge, il passato è riaffiorato nelle menti di una Sinistra incapace ancora una volta di dialogare con il nuovo secolo. E’ iniziata una campagna mediatica contro Vendola con uno stile molto particolare e molto determinato.

Si ritorna indietro nel tempo, non si vuole pensare ad un futuro, semplicemente perchè non si ha la ben che minima idea di cosa voglia dire, è facile criticare, è facile essere contro tutto e tutti, è facile affidarsi a “ciondolini” ed immaginette di una storia ormai passata, sfasciata nel suo insieme, capace soltanto di sganciarsi da una società che è cambiata rapidamente senza che le benpensanti menti sinistrorse siano state capaci di capirne le necessità, gli obiettivi, gli ideali futuri conformati alla quotidianità.

Si spara addosso a tutto ciò che si muove, a tutto ciò che contiene al suo interno un percorso futuro. La Sinistra è il problema della sinistra, quella componente “museale” e disfattista rialza la testa per contenere quella novità e quella politica spogliata da tatticismi e paure che solo Vendola è riuscito a trasmettere. Tale sinistra è la responsabile di avere perso una intera generazione, non è mai riuscita a sostenere una nuova cultura nella modernizzazione della società civile. Le logiche che la governano non sono state considerate nella loro pienezza e nella loro portata.

E ora siamo al punto di partenza, alle difficoltà iniziali che l’allora “Sinistra e Libertà” ha avuto nel suo percorso, quasi di “emergenza permanente”. Peccato che la colpa non è mai stata della Destra o del Premier, ma della Sinistra stessa, i nodi mai irrisolti di un passato pieno di sconfitte e rancori, porta allo scontro eterno fra componenti che non sanno più a quale leader votarsi, perchè è difficile scontrarsi con una realtà che obbliga ad un radicale cambiamento, che obbliga a rimodulare l’essere di Sinistra.

Essere di Sinistra non significa soltanto criticare, significa anche ricercare una capacità di determinazione di un percorso politico capace di progettualità innovativa nei confronti dei tanti problemi che affliggono l’Italia.

Cosa di meglio se non la proposta di un sogno capace di permeare le coscienze e determinare ciò che la Sinistra avrebbe dovuto fare diverso tempo fa, ovvero una nuova pratica politica, una nuova narrazione indirizzata alla risoluzione di un passato per la nascita di un futuro che unisce e non divide. Questo sogno è partito da Vendola, dal suo carisma e dal suo coraggio di pensare senza paura che un percorso differente è possibile. Questo è un dato di fatto, non è certo protagonismo individuale o ancor più autoreferenzialità.

Finchè l’intera Sinistra, anche se risulta persino difficile definirla così, non capirà che l’unica via d’uscita è proporre programmi destinati a ricucire il rapporto con quella società che vive, che lavora, e che si scontra quotidianamente con problemi che riducono la visione del futuro ad un ammasso di idee incerte non si avrà mai quella linfa vitale preposta allo sviluppo di nuove personalità e nuove passioni.

Andrea Sironi

Emigrano in Serbia, l’incessante politica antisociale del gruppo Fiat, capitanato da Marchionne, prosegue la sua strada senza fermarsi a ragionare sui pesanti risvolti che causerà nel Paese Italia e nel suo già precario sistema produttivo.

Si parte da Pomigliano, referendum imposto “schiavo o disoccupato”, per poi passare ai licenziamenti mirati di lavoratori sindacalisti di Melfi e di Mirafiori, appartenenti ad un sindacato non collaborativo, come più volte espressamente dichiarato da “pullover blu”. Certo di questi tempi, profondamente democratici, bisogna essere collaborativi, altrimenti non si fa del bene all’economia nostrana, interpretata da Fiat come l’esasperazione della competitività sul mercato globale.

Eppure se diamo una occhiata ai dati pubblicati da “Il Sole 24 Ore”, il gruppo Fiat non va proprio così male. I ricavi nel secondo trimestre del 2010 si registrano intorno al 12,5%, con una importante diminuzione dell’indebitamento netto. Quindi meno debiti e più liquidità. Eppure nonostante ciò il lavoratore è sempre il costo di gestione più pesante, più problematico, assolutamente da rimodulare al ribasso, distorcendo di fatto la realtà, facendo passare un messaggio che proprio così tanto reale non è.

Una azienda comporta molti costi, la forza lavoro va conteggiata nell’insieme di questi costi e sicuramente non è quella che incide maggiormente, vanno considerati tante altri variabili, fra cui l’innovazione, l’efficienza, la qualità, la tecnologia che sembrano essere sempre messe in un angolo, considerando solo quello che fa più comodo e quello di più facile contrasto, specialmente in un periodo di profonda crisi economica.

La realtà dei fatti è un altra, si mascherano i costi della forza lavoro come causa di una mancata competitività per imporre un nuovo modello sociale, attraverso lo smembramento dei diritti e la determinazione di un differente assetto fra capitale e forza lavoro, dove il primo può decidere unilateralmente il proprio sviluppo liberandosi da ciò che reputa limiti all’espansione “infinita”.

Così facendo si perde definitivamente persino l’idea di una identità di classe. Tante formichine sparpagliate con mille contratti diversi non saranno mai più unite, non saranno mai più in grado di rivendicare nulla se non essere totalmente accondiscendenti alle logiche di un mercato che presto fagociterà le fasce più deboli.

Anzi lo ha già fatto.

Andrea Sironi

“Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia”.

Enrico Berlinguer

L’Istat li chiama “inattivi”. Che sarà mai questa categoria di persone? Quelli che alla domenica mattina preferiscono stare a letto a dormire anzichè fare jogging o lavare l’auto? No, sono quei disoccupati che per diversi motivi hanno smesso di cercare un posto di lavoro e per un criterio che non riesco a capire, non vengono conteggiati tra i disoccupati bensì nella categoria degli “inattivi” appunto.

Comunque di cose, secondo alcune ricerche effettuate dalla Banca d’Italia, questa categoria sarebbe in netto aumento, trovare lavoro è diventato sempre più difficile, più stancante, curriculum su curriculum. No guardi è troppo giovane, no guardi è troppo vecchio, sa noi cercavamo un laureato, no un diplomato, no uno disponibile alle trasferte, no uno disponibile a lavorare la domenica….. solo per sei mesi però!

Così gli scoraggiati aumentano, e se dovessimo conteggiarli nella schiera dei disoccupati, la percentuale aumenterebbe molto di più. Quindi i dati che spesso ci propinano Tv e giornali vanno presi con le “pinze”.

Vediamo di approfondire il termine “inattivo”, che associato ad una persona mi fa un po’ accapponare la pelle. Per me inattivo può essere un semaforo, un telefono, va bè…

Ritorniamo alla voce inattivo che per l’Istat sono persone tra i 14 e i 64 anni suddivise in quattro sottocategorie:

1) coloro che cercano lavoro non attivamente e sono disponibili a lavorare;
2) coloro che non cercano lavoro e non sono immediatamente disponibili;
3) coloro che non cercano lavoro, ma sarebbero disposti ad accettarne uno che gli venisse offerto;
4) coloro che non cercano lavoro e che non sono disponibili a lavorare.

Saranno mica i fannulloni di Brunetta questi inattivi. No proprio per niente, si diventa “inattivi” quando ci si scontra con un mondo del lavoro che distrugge la persona, che la “cannibalizza” attraverso lavori umilianti, attraverso forme contrattuali che non danno un futuro, che impoveriscono la persona, la cultura, la professionalità.

Certo bisogna adattarsi ai tempi, bisogna prendere quello che c’è, ma bisogna anche avere una possibilità, seppur piccola, di promuovere la propria professionalità, il proprio percorso studi. In Italia non esiste, stretti nella morsa di “cricche”. Lavori se conosci l’amico dell’amico, non è una storia nuova che in Italia, rispetto al resto d’Europa, il 76% delle persone in cerca di lavoro, lo trova mediante canali informali di amicizie.

Ecco alcune motivazioni che portano giovani e meno giovani ad entrare in una situazione particolarmente difficile, di rinuncia ad un possibile futuro lavorativo, il tutto surrogato da attacchi frontali ai diritti e alla sicurezza del lavoro destinati a far rimanere vittima della povertà sempre più persone.

L’autunno è alle porte.

Andrea Sironi

CIE, acronimo di centro di identificazione ed espulsione. In questi giorni ha nuovamente fatto parlare di sè, visto che dai centri di Milano e Gradisca d’Isonzo si sono verificati diversi tentativi di fuga.

Per i CIE questo è l’ennesimo campanello d’allarme, riguardo la situazione divenuta sempre più critica, dopo l’entrata in vigore del cosiddetto “pacchetto sicurezza” che ha allungato da due a sei mesi i tempi di trattenimento dei clandestini. La denuncia della scarsa cura della condizione umana all’interno di queste strutture, il più delle volte fatiscenti, risale a diversi anni fa con relazioni della corte dei conti, le quali dichiaravano appunto lo stato dismesso delle strutture e una non ben identificata gestione delle stesse.

Siamo arrivati nel 2010 e la situazione sembra non essere cambiata, anzi rischia di esplodere. Secondo “Medici senza Frontiere” non esistono delle linee guida per la pianificazione e la gestione dei servizi. I CIE hanno una elevata presenza di stranieri ex-detenuti calcolata intorno al 40%, una promiscuità tra trattenuti con condizioni sociali, legali e psicofisiche eterogenee, il tutto aggravato da un allungamento dei tempi di permanenza.

E’ proprio questo allungamento che trasforma la funzione dei CIE, non più dunque strutture destinate a svolgere una funzione temporanea per la quale erano originariamente state pensate.

“Medici senza Frontiere” ha inoltre riscontrato che i CIE riescono a fornire una minima assistenza sanitaria per un breve periodo, se si prendono come riferimento i 180 giorni di trattenimento la situazione rischia inesorabilmente il collasso, senza la ben che minima considerazione riguardo le vite umane che popolano questi centri, vite umane con una loro dignità costrette loro malgrado a sfuggire dalla povertà.

Attualmente in Italia, secondo quanto riporta il sito del ministero dell’Interno, ci sono 13 Centri di identificazione con una capacità complessiva di 1.920 posti, una capienza che è comunque soggetta a variazioni in caso di eventuali lavori di manutenzione. Si tratta di Bari-Palese (196 posti), Bologna (95), Caltanissetta (96), Lamezia Terme (75), Gradisca d’Isonzo (248), Milano (132), Modena (60), Roma (364), Torino (204), Trapani (43), Brindisi (83), Lampedusa (200) e Crotone (124). A questi, ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni lo scorso 5 luglio a Trieste, se ne aggiungeranno entro la fine dell’anno altri quattro: uno in Veneto, uno in Toscana, uno nelle Marche e uno in Campania.

Quindi l’idea è quella di proseguire sulla medesima strada, svanisce la possibilità di proposta di una nuova linea politica capace di identificare strumenti operativi destinati ad un migliore e più umano governo del fenomeno dell’immigrazione.

Un’altro tema questo, che la Sinistra potrebbe calendarizzare nella sua agenda, come impegno per creare una società meno dura con i deboli, depotenziando l’accumulo di risentimento e rancore che è un terreno di coltura della microcriminalità, dalla quale non se ne uscirà senza una “empatia” politica.

Andrea Sironi

Ne sono sempre più convinto, il problema più grande e mai risolto della Sinistra, è proprio la Sinistra stessa, incapace di immaginare un nuovo futuro, di immaginare che una passione o un sogno possa realmente essere messo al servizio di una collettività per divenire a tutti gli effetti una realtà tangibile.

Andrea Sironi

Parliamo ancora di giovani, quella fascia di età che dovrebbe essere la fabbrica del futuro, dove poter progettare il domani, sviscerare passioni e ideali. Purtroppo quella fabbrica è chiusa da diverso tempo.

L’involuzione di questa società non lascia spazio al progetto, ne lascia parecchio invece alla contingenza, all’urgenza, al vivere giorno per giorno. Non posso pensare ed organizzarmi oltre un certo numero di giorni. Questo è il problema, non aver la possibilità di guardare avanti, di guardare oltre un determinato spazio temporale, a causa di un modello sociale e politico che lo ha imposto a forza, disgregando tutto ciò che ruota intorno al quotidiano.

Il “Rapporto sul mercato del lavoro 2009/2010″ del Cnel, presentato ieri, parla chiaro: di giorno in giorno le penalizzazioni che i giovani subiscono dal mercato del lavoro aumentano sempre più. Trovare occupazione per chi a meno di venticinque anni è tre volte superiore ad altre fasce. Questo dato fa rabbrividire e fa pensare a quale non-futuro siano destinati i giovani.

I “fortunati” che hanno un lavoro oggi, sono per lo più precari, con contratti definiti “flessibili”, con stipendi nettamente inferiori alla media degli altri paesi europei, in più sono i primi a subire le conseguenze di crisi economiche, essendo l’anello più debole della catena. Se ne sente parlare e scrivere talmente tanto che sembra quasi essere la normalità di oggi, e per la quale si è persino stanchi di scandalizzarsi.

La precarizzazione lavorativa, si riflette anche inconsapevolmente sull’identità del giovane, che smarrisce quella carica deputata alla crescita ed alla consapevolezza del valore della vita.

Una società che non fornisce opportunità, non può essere tale. Una politica incapace di pensare a nuove logiche ed a nuovi percorsi per i giovani, non può definirsi tale. Ecco perchè oggi, più di ieri, necessitiamo tutti di una spinta in avanti, di una spinta verso il futuro, attraverso una nuova percezione di essere giovane.

La politica dovrà fornire al più presto gli strumenti necessari per costruire una traiettoria capace di considerare il giovane per quello che in realtà è, ovvero il domani, ovvero un pezzo d’Italia che affronterà il nuovo mondo.

Le nuove generazioni hanno in loro una straordinaria portata strategica che non va assolutamente dispersa in rassegnazione ma va aiutata a crescere e a svilupparsi, perchè chi investe in loro, determinerà un miglioramento del nostro Paese, costretto oggi a rimanere fermo da politiche regressive.

Andrea Sironi

A un certo punto il potere ha avuto bisogno di un tipo diverso di suddito, che fosse prima di tutto consumatore [...]. La classe dominante ha scisso nettamente «progresso» e «sviluppo». Ad essa interessa solo lo sviluppo, perché solo da lì trae i suoi profitti.

Bisogna farla una buona volta una distinzione drastica tra i due termini: «progresso» e «sviluppo». [...] Quello che occorre – ed è qui a mio parere il ruolo del partito [...] e degli intellettuali progressisti – è prendere coscienza di questa dissociazione atroce e renderne coscienti le masse popolari perché appunto essa scompaia, e sviluppo e progresso coincidano. [...]

È in corso nel nostro Paese una sostituzione di valori e di modelli, sulla quale hanno avuto grande peso i mezzi di comunicazione di massa e in primo luogo la televisione. Con questo non sostengo affatto che tali mezzi siano in sé negativi: sono anzi d’accordo che potrebbero costituire un grande strumento di progresso culturale; ma finora sono stati, così come li hanno usati, un mezzo di spaventoso regresso, di sviluppo appunto senza progresso.

Pier Paolo Pasolini, Intervento alla Festa dell’Unità di Milano, Estate 1974

Dunque Nichi Vendola si candida per le primarie del 2013, come dice lui, per sparigliare il centrosinistra.

Molti potrebbero pensare ad una candidatura prematura, visto che il “partito” del quale è portavoce in effetti non è ancora partito, il congresso infatti è stato calendarizzato per questo autunno e per il quale nessuno conosce ancora quali saranno gli esiti, se prevarrà l’idea della novità o il l’intrapresa di vecchi sentieri.

Inoltre le “Fabbriche”, che hanno inaugurato la sua candidatura non sono ancora presenti in tutto il territorio nazionale, pur essendo molte ed in trend positivo. Le “Fabbriche” sono un laboratorio nel quale si sviluppa un nuovo modo di fare politica, con una metodologia molto particolare e molto efficace, utilizza in modo ineccepibile la rete, snellendo particolarmente bene quella vecchia e per certi versi farraginosa discussione politica d’altri tempi, sviscerano orizzontalità, divenendo così libere e “leggere”.

Tante novità quindi devono avere il loro tempo per essere metabolizzate, capite nella loro integrità e nella loro applicazione, ecco il motivo per il quale solo un certo “target” generazionale ha recepito fin da subito il “modus operandi” delle “Fabbriche”.

Il futuro del dialogo politico avrà sempre più terreno fertile nella rete, in quanto essa è modulabile con diversi stili di vita, la rete è sempre disponibile, la rete si modella alle tue esigenze ed ai tuoi tempi. Molti potranno sostenere che tutto questo possa snaturare, fino a sterilizzare le relazioni umane. Può anche darsi, penso però che gli aspetti positivi siano nettamente superiori.

La veicolazione di informazioni, riflessioni e discussioni riesce a promulgare in breve tempo importanti istanze, impensabile fino a qualche anno fa. Un partito tradizionale è lento, in quanto la forma organizzativa piramidale impone tempi, modi e misure, che spesso si scontrano con chi il partito lo vive e lo anima.

Ecco Nichi, fra “Sinistra Ecologia Libertà” e le sue “Fabbriche”, l’una futuro partito, le altre particolare modello di immaginazione politica. Per alcuni potrebbe essere una dicotomia includente e complementare (per me lo è), per altri potrebbero essere due “entità” estremamente diverse, destinate a scontrarsi.

Molti reclamano la mancanza di un partito vero e proprio, come se fosse la panacea di tutti i mali che affliggono e offuscano l’intero progetto della ricomposizione di una nuova Sinistra, personalmente, visto i tempi che corrono di basso profilo politico, strategicamente parlando, non avere ancora un partito consolidato permette una maggiore penetrazione nel pensiero comune, quale percorso innovativo, capace di risollevare tematiche sociali buttate da tempo nel ripostiglio del qualunquismo mediatico di una Destra arrogante e di una Sinistra inconcludente.

La questione più importante, che determinerà l’esito favorevole di questa candidatura sarà il mantenimento di quel senso di “diverso”, quella passione politica che veramente è interessata al bene comune, il noi contrapposto all’io, il futuro comune contrapposto al futuro di pochi singoli. Oggi sono questi i valori politici da promulgare, da diffondere, in quell’esercito immobile che è la società civile. Nichi Vendola ha introiettato sentimenti e passioni rendendoli partecipativi attraverso un percorso politico ben preciso.

Nichi Vendola ha fatto la sua giusta mossa, ora spero che sparigliare il centro-sinistra non significhi per chi si sente tale, scontrarsi viso a viso, ma confrontarsi su come risolvere i tanti problemi strutturali e culturali di una società disinteressata e superficiale, determinando un fronte di Sinistra comune unito.

Le prime dichiarazioni di alcuni leader non lasciano ben sperare, come non lascia ben sperare l’estrema difficoltà di considerare il potere come l’inizio di un vero e radicale cambiamento anzichè come la meta finale di un ideale, qualunque esso sia.

Il problema più grande e mai risolto della Sinistra, è proprio la Sinistra stessa, incapace di immaginare un nuovo futuro, di immaginare che una passione o un sogno possa realmente essere messo al servizio di una collettività per divenire a tutti gli effetti una realtà tangibile.

Andrea Sironi