L’Istat li chiama “inattivi”. Che sarà mai questa categoria di persone? Quelli che alla domenica mattina preferiscono stare a letto a dormire anzichè fare jogging o lavare l’auto? No, sono quei disoccupati che per diversi motivi hanno smesso di cercare un posto di lavoro e per un criterio che non riesco a capire, non vengono conteggiati tra i disoccupati bensì nella categoria degli “inattivi” appunto.

Comunque di cose, secondo alcune ricerche effettuate dalla Banca d’Italia, questa categoria sarebbe in netto aumento, trovare lavoro è diventato sempre più difficile, più stancante, curriculum su curriculum. No guardi è troppo giovane, no guardi è troppo vecchio, sa noi cercavamo un laureato, no un diplomato, no uno disponibile alle trasferte, no uno disponibile a lavorare la domenica….. solo per sei mesi però!

Così gli scoraggiati aumentano, e se dovessimo conteggiarli nella schiera dei disoccupati, la percentuale aumenterebbe molto di più. Quindi i dati che spesso ci propinano Tv e giornali vanno presi con le “pinze”.

Vediamo di approfondire il termine “inattivo”, che associato ad una persona mi fa un po’ accapponare la pelle. Per me inattivo può essere un semaforo, un telefono, va bè…

Ritorniamo alla voce inattivo che per l’Istat sono persone tra i 14 e i 64 anni suddivise in quattro sottocategorie:

1) coloro che cercano lavoro non attivamente e sono disponibili a lavorare;
2) coloro che non cercano lavoro e non sono immediatamente disponibili;
3) coloro che non cercano lavoro, ma sarebbero disposti ad accettarne uno che gli venisse offerto;
4) coloro che non cercano lavoro e che non sono disponibili a lavorare.

Saranno mica i fannulloni di Brunetta questi inattivi. No proprio per niente, si diventa “inattivi” quando ci si scontra con un mondo del lavoro che distrugge la persona, che la “cannibalizza” attraverso lavori umilianti, attraverso forme contrattuali che non danno un futuro, che impoveriscono la persona, la cultura, la professionalità.

Certo bisogna adattarsi ai tempi, bisogna prendere quello che c’è, ma bisogna anche avere una possibilità, seppur piccola, di promuovere la propria professionalità, il proprio percorso studi. In Italia non esiste, stretti nella morsa di “cricche”. Lavori se conosci l’amico dell’amico, non è una storia nuova che in Italia, rispetto al resto d’Europa, il 76% delle persone in cerca di lavoro, lo trova mediante canali informali di amicizie.

Ecco alcune motivazioni che portano giovani e meno giovani ad entrare in una situazione particolarmente difficile, di rinuncia ad un possibile futuro lavorativo, il tutto surrogato da attacchi frontali ai diritti e alla sicurezza del lavoro destinati a far rimanere vittima della povertà sempre più persone.

L’autunno è alle porte.

Andrea Sironi