Riflessioni sparse a Sinistra

Il blog di Andrea Sironi

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Pomigliano non è soltanto un paese in provincia di Napoli, Pomigliano è anche in provincia di Lecco, una zona geografica ricca per antonomasia, dove in realtà l’accentuarsi della crisi economica oltre che far aumentare le fila dei disoccupati, devasta quotidianamente i più elementari diritti dei lavoratori.

Possiamo parlare della Vismara, importante azienda che produce insaccati, con sede a Casatenovo, in provincia di Lecco appunto, che da un anno e mezzo ha disdetto unilateralmente gli accordi contrattuali, non riconoscendo ai lavoratori il premio del 2009 definito dal contratto nazionale, disconoscendo la rappresentanza sindacale democraticamente eletta, estendendo a sei le giornate lavorative della settimana, nonostante non ci siano delle esigenze produttive particolari, e per finire, non aprendo la contrattazione per i prossimi anni. Così recita un comunicato delle lavoratrici e dei lavoratori dell’azienda.

Un altro esempio che mina il futuro delle imprese brianzole, sempre più propense a trasferire le produzioni industriali verso “lidi” dove il lavoro viene considerato un gioco delle parti, sempre più somigliante ad una guerriglia senza confronto, senza regole condivise, dove chi detiene più forza, decide il futuro di intere famiglie. Da tempo infatti l’azienda Vismara ha trasferito in Polonia la produzione dei prosciutti cotti, ovviamente in un Paese dove il costo del lavoro è di gran lunga inferiore a quello italiano.

A Casatenovo, pur non avendo lo stesso fragore mediatico di Pomigliano, si consuma l’ennesimo strappo contro i diritti dei lavoratori, dove l’accettazione di condizioni obbligate determina o meno la permanenza di una unità produttiva, marginalizzando di fatto il ruolo del sindacato, financo azzerarne il ruolo.

Trecento dipendenti, significano trecento famiglie, che attualmente vivono senza la ben che minima visione del futuro prossimo, le timide soluzioni ai problemi legati allo sviluppo economico sono di corto respiro, limitate da una prospettiva vincolata ad un determinante processo di deindustrializzazione dell’intero “sistema Italia”.

La difesa della sfera di pochi interessi privati sembra essere attualmente l’unico antidoto che l’economia italiana ha messo in campo contro questa crisi economica, attraverso l’imbarbarimento del mondo del lavoro, azzerandone la sua funzione sociale.

Il panorama industriale italiano ne uscirà devastato, sia in quantità che in qualità di posti di lavoro, nulla più se non una guerra fra poveri, lasciati soli da istituzioni non responsabilizzate a svolgere un ruolo di determinante concretezza nei confronti del mondo del lavoro.

Per chi volesse iscriversi e sostenere le lavoratrici e i lavoratori della Vismara, segnalo il gruppo “R.S.U. Vismara” aperto su Facebook.

Andrea Sironi

Notizia recente, che vale la pena ricordare, è lo svolgimento del convegno inaugurale di “Liberamente”, fondazione del centrodestra che si riconosce nel pensiero e nell’azione di Silvio Berlusconi, fondatore e leader indiscusso di Forza Italia e del Pdl, svoltosi qualche giorno fa a Moniga del Garda.

L’obiettivo di tale fondazione, ideata dai ministri Mariastella Gelmini, Sandro Bondi e Franco Frattini, è di portare il “berlusconismo” a scuola, affiancando e potenziando così l’azione riformista (come dicono loro) del Premier.

Con “Liberamente”, il percorso intrapreso dal centrodestra ha una portata strategica destinata ancora una volta a destabilizzare il già traballante e superficiale sistema culturale italiano, “l’ottimismo imprenditoriale”, così in molti definiscono il “berlusconismo” non è, e non deve essere il futuro di questo Paese, che sta vivendo uno dei suoi momenti peggiori, più bui, nel quale intravedere uno spiraglio di luce è veramente una impresa ardua.

Il modello politico imposto da Berlusconi ha distrutto le fondamenta della nostra Repubblica, svuotando da ogni significato le istituzioni e ciò che esse rappresentano, questa non è retorica del pessimismo come spesso si è accusati di fare, è semplicemente una espressione di ciò che ogni giorno passa sotto i nostri occhi e che spesso non riusciamo a distinguere.

Il “berlusconismo” è semplicemente una scatola vuota, che ha prodotto regresso politico, culturale e sociale, ci ha resi tutti più poveri, più indifferenti, più superficiali, un grande “mostro mite” che ha prodotto una società più dura con i deboli, ha diffuso una cultura dell’illegalità, ha snaturato le funzioni pubbliche dello Stato, ha modificato a proprio piacimento il ruolo del sistema giudiziario.

Gli ultimi pericolosi risvolti del “berlusconismo”, che si possono portare come esempio sono: uno, il tentativo di censurare la libera informazione, “imbavagliandola”, costringendoci a non capire quello che è giusto e quello che è sbagliato; due, la recente nomina di un nuovo ministro solo per farlo sfuggire alla giustizia.

La concezione, che questo modo di governare ha, non dovrebbe certo entrare nelle scuole, anzi, dovrebbe essere derubricato come un non più tollerabile attacco ai principi della democrazia incarnata nella Carta Costituzionale.

Andrea Sironi

Penso a quegli operai della Fiat che hanno votato NO, penso al significato che quel NO rappresenta. Dignità e orgoglio, queste sono le due parole che vanno legate alla contrarietà di un accordo che addirittura annienta prima la persona in quanto tale che il lavoratore.

Da questo ho capito che una nuova stagione della politica italiana può nascere, insieme possiamo farcela. Il ricatto non ha vinto, certo la strada sarà lunga e tortuosa, ma un percorso partecipato, propositivo, passionale, dove poter sviscerare i diversi problemi di questa società non più al passo con i tempi moderni, sempre più distante da quel mondo chiamato “Europa” può avere uno scorcio di futuro.

Una Europa distante, una convivenza civile caricata da una esasperante paura, da troppo individualismo, da troppi atteggiamenti “privatistici” che guardano soltanto alla propria sfera personale, individui e sentimenti limitati, diventati miopi di fronte agli inevitabili cambiamenti di una società senza la ben che minima progettualità politica che sappia condividere scelte. Scelte di un futuro comune solidale che abbiano nel proprio cuore una nuova narrazione, svincolata dalle rigide logiche che oggi governano la nostra vita.

Sentirsi protagonisti di un futuro, sentirsi responsabili delle proprie azioni e delle proprie idee, significa liberare una infinità di nuove esperienze di ricerca ed innovazione, significa di fatto ricercare nuovi equilibri, nuove sensazioni di giustizia, quegli operai che si sono opposti all’accordo FIAT hanno espresso al meglio questo grande senso di responsabilità.

Essere la parte più debole di questo mondo economico, significa anche non rassegnarsi a vivere in un mondo che ti è stato dato, ma piuttosto la voglia di cercare di cambiarlo. Nulla è impossibile, impossibile non è un dato di fatto, è semplicemente una opinione e soprattutto non è per sempre, quegli operai che hanno votato NO lo hanno dimostrato, al di là delle tante analisi fatte.

Ecco perchè è sempre più necessario credere che un cambiamento sia possibile, attraverso un percorso che ci porti tutti quanti verso la composizione di tante “riforme dal basso” tanto necessarie in questo Paese travolto da un pauroso immobilismo della società civile.

Insieme possiamo dare una nuova speranza alle nostre idee, alle nostre convinzioni, insieme possiamo riconoscerci e proporre un nuovo modello politico, capace di dare vita ad un futuro includente, del resto il ciclo della creazione, della conservazione e della distruzione e presente in ogni corrente di pensiero, ora siamo giunti all’ultima fase, ossia la distruzione. Distruzione di un futuro pilotato da un dilagante impoverimento culturale.

L’Italia ha di fronte a sè importanti sfide, per le quali è necessario prepararsi, politiche di Sinistra sono lo strumento migliore per far rivivere il Paese. Quale percorso migliore da dove partire se non la gente comune, quella gente stanca e delusa dalle tante sconfitte di una politica incapace di elaborare strategie che partissero veramente dal basso.

Che SEL sia vicina a quei lavoratori e al mondo a cui appartengono, perchè sono il vero antidoto alla rassegnazione, al senso di impotenza che spesso si respira in Italia nell’attesa sempre delusa di una rinascita nazionale.

Andrea Sironi

La compagnia statunitense Whirlpool, leader mondiale nella produzione di frigoriferi, conosciuta molto bene anche qui in Italia, chiude una fabbrica storica ubicata ad Evansville nell’Indiana, storica perchè fondata nel 1956.

Produrre frigoriferi dava lavoro a più di mille dipendenti, senza considerare l’indotto, dava perchè si è deciso di chiudere e delocalizzare l’intera produzione in Messico, dove la manodopera costa molto meno, si passa infatti dai 18 dollari di paga oraria a ben 4 dollari.

La competizione esasperata porta a distruggere un intero paese, e con esso l’intero tessuto sociale, che con un colpo di mano rimarrà senza futuro. Questa storia ha delle evidenti similitudini con lo stabilimento Fiat di Pomigliano, che tiene banco in questi giorni e con le tante altre realtà che non hanno mai avuto un riscontro mediatico.

La deriva è inesorabile, siamo arrivati al punto del “si salvi chi può!”, nulla nel breve periodo promette dei risultati sufficienti, destinati a risolvere anche solo in parte questa drammaticità. La crisi sta consumando l’intera impalcatura dell’apparato produttivo internazionale, mettendo in discussione lo stesso paradigma dello sviluppo economico.

Stiamo assistendo ad un crollo della domanda e ad un aumento dell’offerta, tutto in modo estremamente sproporzionato, sovrapproduzione e sottoconsumo sono esasperatamente messi uno contro l’altro.

La Whirlpool di Evansville ricorda la Yamaha di Lesmo, la Yamaha di Lesmo ricorda la Carlo Colombo di Agrate, tanto per stare in Brianza, intenzionata a chiudere per trasferire la produzione in luoghi più vantaggiosi dal punto di vista dei costi.

L’elenco potrebbe allungarsi ancora di più…..

Andrea Sironi

I numeri della Costituzione: in questi giorni si servono il 41 e il 118, la parola d’ordine è la rivisitazione in senso liberista della Carta.

Palazzo Chigi è intenzionato a rimuovere gli “ostacoli” che si frappongono fra l’imprenditore e la realizzazione dell’impresa, peccato che questi ostacoli non siano inutili lacci e lacciuoli, bensì i diritti dei lavoratori. In supporto del Governo è intervenuto anche il governatore di bankitalia Mario Draghi, che ad Altavilla Vicentina in un seminario presso la Fondazione CUOA, ha testualmente detto che: “una regolamentazione eccessiva o di cattiva qualità per le imprese costituisce un fattore di ostacolo alla concorrenza e alla crescita”.

Il problema di questa crisi economica viene magistralmente scaricato sulla gente comune. I diritti dei lavoratori, anche quelli più elementari, vengono considerati antagonisti alla crescita, quindi devono essere obbligatoriamente ridiscussi in chiave liberista, comportandone così il completo annullamento. La eccessiva regolamentazione a cui accennava Mario Draghi, per Governo e Confindustria risiede nel rapporto fra chi il lavoro lo offre e chi il lavoro lo esegue.

E’ un problema non solo italiano, ma europeo e mondiale, neanche poi tanto recente, che permea l’intera e sofferente economia planetaria. Crescita e occupazione sono in discesa libera e la convinzione è che ognuno debba cercare di aumentare la propria competitività a scapito degli altri, e così si crea una propensione alla competizione fiscale e sociale verso il basso.

La scelta di modificare alcuni articoli della Carta Costituzionale ha come sua principale prerogativa l’attuazione di un processo di crescita della produttività e dei profitti dei grandi gruppi finanziari ed industriali in misura estremamente rilevante, pur in presenza di un mercato stagnante. La qualità dello sviluppo economico non è individuata attraverso la qualità del lavoro e della sua sicurezza, bensì attraverso la competizione di due fattori che sono quantità e prezzo, entrambi dipendenti a loro volta dai costi, che ne determinano la loro efficacia, ecco la necessità di ridurre drasticamente i costi dunque.

Tutto questo è stato profondamente ampliato anche dal fatto che l’industria è diventata un settore della finanza, è da trent’anni che questo processo lentamente sta portando l’intero sistema produttivo verso un strada del non ritorno, il binomio industria/finanza ha raggiunto livelli intollerabili, devastanti per tutto il mondo del lavoro.

Di fatto la finanza ha imposto al mondo delle imprese un nuovo modo di concepire il lavoro e con esso il lavoratore, l’azienda non è più vista come un importante “sistema” di persone, di competenze, di diritti e di doveri. La funzione sociale dell’azienda è sempre venuta meno, snaturando la persona ad un oggetto.

Per la finanza il sistema produttivo è un conglomerato di macchine e processi che devono essere attentamente monitorati affinchè il proprio rendimento finanziario sia sempre superiore a quello della concorrenza e se ciò non avviene bisogna ristrutturare, esternalizzare o addirittura chiudere.

L’attuale crisi economica mondiale ha determinato una importante accelerazione di questo processo, che ha già mietuto molti lavoratori e tanti altri li mieterà nel prossimo futuro, perchè come ho già avuto modo di scrivere in articoli precedenti, non è stato ancora formulato un percorso politico capace di frenare questa deriva antisociale, anche attraverso l’instaurarsi di una nuova idea di lavoro che tratti questo tema per quello che è, ovvero un “sistema valoriale” destinato ad aumentare sia la coesione sociale, che quella capacità di una comunità di crescere insieme.

L’implementazione di una “narrazione” politica capace di elaborare e proporre un vero cambiamento delle regole, si avrà soltanto attraverso la passione, perchè solo se la ragione diventa passione è possibile una conoscenza profonda e radicale degli altri e di noi stessi, offrendo così una nuova via di uscita alla funzione di tutela dei diritti e delle condizioni dei lavoratori.

Andrea Sironi

Il vacillante futuro dello stabilimento Fiat di Pomigliano deve considerarsi una resa dei conti, la mano pesante di chi detiene e manipola l’economia italiana, ovvero Governo e Confindustria, vuole raggiungere nel più breve tempo possibile il traguardo più ambìto e da tempo ricercato con diverse modalità che non sono mai riuscite a dare risultati pienamente apprezzabili (per loro).

Tale traguardo porrà fine definitivamente ai diritti del lavoratore, verrà preclusa persino la salvaguardia della propria vita, della propria sicurezza, le scelte e le strategie aziendali non saranno più opinabili, non saranno più discutibili perchè non esisterà più nessuna normativa che possa garantire la parte più fragile di ogni azienda, il lavoratore.

La destabilizzante strategia politica del governo Berlusconi, ha subìto più di una accelerazione, si parte dalla riforma della giustizia attraverso la manipolazione dell’informazione, passando dai paraggi dell’istruzione, distruggendo il diritto allo studio, per arrivare alla demolizione dei rapporti fra azienda e lavoratore.

In tempi di crisi economica, sociale e valoriale, scelte di questo genere sono bombe che esplodono in una piazza colma di gente, dove non scorre sangue ma disumanità morale, dove non ci sono cadaveri per terra ma persone morte interiormente, sensazioni impalpabili che svuotano di ogni significato la vita. Il lavoratore non più persona, non più valore di una azienda, ma un costo da abbattere.

Il bivio obbligato, schiavo o disoccupato, è destinato a decapitare la testa del sindacato che sarà, a seconda del verificarsi di situazioni, reo di far chiudere una importante azienda del mezzogiorno oppure causa esso stesso di affossare la dignità del lavoro.

Una situazione assurda, che purtroppo non ha neppure una “sponda” politica capace di poter supportare un sindacato (la Fiom) da questo “tsunami”. Il fatto è che la questione Pomigliano sarà la tomba dei diritti, nella quale l’accettazione della negazione di ogni aspetto della dignità del lavoro sarà prassi doverosa per sopravvivere, nella quale il sindacato avrà un ruolo sempre più marginale.

Pomigliano verrà presto “esportato” in tutta Italia, perchè qualsiasi altra azienda potrà reclamare più libertà, più deregolamentazione.

Non è più sufficiente la semplice vicinanza alle parti sociali, non possiamo più dilungarci in lunghe riflessioni, serve una programmazione che supporti, con politiche attive, tutto quello che riguarda il mondo del lavoro, terreno che da troppo tempo è stato abbandonato dalla Sinistra.

Dobbiamo riappropriarcene al più presto, altrimenti diventeremo i primi concorrenti della manodopera cinese.

Andrea Sironi

“Viviamo in società. Per noi dunque niente è davvero buono se non è buono per la società”
(Voltaire)

Il Governo e Confindustria continuano la loro incessante opera di stravolgimento del mondo del lavoro, demolendone i più elementari diritti. L’ennesima ghiotta occasione è data dallo stabilimento della FIAT di Pomigliano, che a detta dell’astuto Marchionne è diventato non più produttivo, quindi, o si delocalizza in un paese dell’est europeo, o si deve procedere con un immediato aumento della sua capacità produttiva.

Aumento della capacità produttiva significa da parte di FIAT imporre un contratto aziendale, derogando di fatto i principi del contratto nazionale e del diritto di sciopero.

Nel dettaglio le condizioni che FIAT utilizza come elementi indispensabili per il mantenimento dello stabilimento sono: l’implementazione di 18 turni settimanali sulle linee di montaggio, 120 ore di straordinario obbligatorio, riduzione delle pause dagli attuali quaranta minuti a trenta per ogni turno, possibilità di comandare lo straordinario nella mezz’ora di pausa mensa per i turnisti, possibilità di derogare dalla legge che garantisce pause e riposi in caso di lavoro a turno, sanzioni disciplinari nei confronti delle Organizzazioni sindacali che proclamano iniziative di sciopero e sanzioni nei confronti dei singoli lavoratori che vi aderiscono, fino al licenziamento, facoltà di non applicare le norme del Contratto nazionale che prevedono il pagamento della malattia a carico dell’impresa.

Queste folli condizioni oltre che a ledere irrimediabilmente il contratto nazionale di lavoro, smembrano ulteriormente la già dissestata unità sindacale, infatti Fim-Cisl, Uilm, Fismic e Ugl hanno posto la loro firma avvalorando l’accordo capestro, l’unica sigla sindacale a resistere all’annientamento della dignità del lavoratore è la Fiom, lasciata nuovamente sola a combattere contro un contesto che vuole un mondo del lavoro subordinato ai voleri del potere.

Un accordo, quello proposto dalla FIAT destinato ad azzerare la responsabilità sociale d’impresa in nome di una produzione destinata a saturare un mercato dell’automobile in profondissima crisi. Siamo sicuri che il futuro passi attraverso un aumento della produzione di auto? Si è parlato molto di conversione dello stabilimento di Pomigliano ma nulla è stato fatto, l’auto sembra rimanere ancora un grande affare, ecco perchè l’industria delle energie alternative stenta a decollare.

Stiamo assistendo inermi alla sconfitta della stessa idea di come affrontare le sfide del futuro.

Le urgenze di politiche destinate ad uno sviluppo sostenibile basato sulla crescita economica e sociale capace di integrare qualità della vita ed equità sono state cancellate da ricatti che hanno il solo scopo di mercificare sia il lavoro che il lavoratore.

Non dobbiamo lasciare solo l’unico sindacato in grado di opporsi a questa dirompente strategia anti-sociale, tutte le forze di opposizione sia politica che sociale devono mobilitarsi per dare una nuova voce ai diritti del lavoratore che rischia sempre più di essere alienato, ora tiene banco la FIAT, ma non dimentichiamoci le moltissime altre realtà che non fanno notizia ma che reclamano più potere e più ricchezza a danno dei più deboli.

Andrea Sironi

Oggi, 11 giugno, ricorre il ventiseiesimo anniversario della scomparsa di Enrico Berlinguer, una grande personalità della politica italiana, che non ha mai conosciuto i tratti che spesso contraddistinguono il “mestierante” della politica di oggi, diventata più un affare personale di chi la esercita che buona pratica al servizio della collettività.

Berlinguer ha trasmesso importanti valori che dobbiamo oltre che custodire gelosamente, sia nel nostro cuore che nella nostra mente, anche cercare di non farli cadere nel baratro, nel quale sembra dirigersi la società italiana.

Predicava voglia di fare, passione, rigore, moralità, è necessario ripartire da queste tematiche, che sono la bussola da seguire per dare inizio ad una nuova stagione della Sinistra italiana, che dovrà, guardare in profondità alle dinamiche oggi in atto, riportando un sereno rapporto di fiducia tra la politica stessa e la gente comune.

Le parole di Berlinguer che di seguito propongo devono diventare il nostro impegno quotidiano destinato alla ricomposizione di un tessuto sociale che da troppo tempo è stato lacerato nei suoi più importanti valori.

Serve impegno per creare una società meno dura con i deboli, serve impegno per depotenziare l’accumulo di risentimento e rancore, serve impegno per creare un nuovo modello di sviluppo, serve impegno per diffondere una cultura della legalità, serve impegno per fondare un’etica nuova.

Sono convinto che possiamo farcela, anche in un momento così buio della moderna storia italiana. Vero Enrico?

Andrea Sironi

“Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita”.

(Enrico Berlinguer)

Alla vigilia della manifestazione nazionale di SEL contro la manovra finanziaria varata dal governo, viene pubblicato sul sito nazionale un articolo firmato non dall’ultimo militante di periferia ma da Alfonso Gianni, membro della segreteria nazionale di SEL.

Alfonso Gianni nel suo dettagliato articolo lamenta che ancora nulla è stato fatto in preparazione del congresso fissato per la fine di ottobre. Ora mi chiedo: ma ai vertici di SEL si parlano? Queste esternazioni sono, da un lato provvidenziali, facendo capire che attualmente SEL naviga ancora a vista senza un ben preciso progetto in mente, dall’altro lasciano perplessa e alquanto disorientata la base, tra l’altro ormai abituata a questi “stop and go”.

E’ lampante il fatto che fra i vertici non esista un dialogo, non esista un rapporto continuativo, bensì incontri sporadici senza una progettualità condivisa e calendarizzata, forse non utilizzano nemmeno il telefono ed internet, forse avranno paura di essere intercettati, chissà.

Il fatto è che viviamo nella più completa disomogeneità organizzativa che genera immobilità. I territori, specialmente quelli del nord, non sono ancora pronti a recepire una politica di Sinistra, le spinte iniziali che hanno dato vita a SEL sono via via scemate, scremando sempre più la voglia di partecipazione alla costruzione della Sinistra del XXI secolo.

I gruppi dirigenti hanno nuovamente inciampato fra loro. Ripeto quello già scritto tempo fa: abbiamo seri problemi di sostenibilità dei nuovi tempi. Questo singhiozzo ormai ciclico, a lungo andare, indurrà lo sbriciolamento di SEL, specialmente della gente comune, la quale ha una visione nettamente diversa da chi è in cabina di regia.

Si è persa l’idea della orizzontalità, della base, della discussione. Mancano regole precise, manca coinvolgimento, manca il protagonismo individuale, manca l’ambizione. La paura di guardare avanti, la paura di non essere in grado di sciogliere i nodi, i tanti nodi di questa “matassa” chiamata Italia evidentemente rallenta oltremodo la fase congressuale.

Intanto chi sta dall’altra parte, prosegue il suo cammino per stravolgere l’architettura democratica del nostro Paese, attraverso una perfetta lucidità programmatica, condita da tempistiche che non lasciano respiro.

In bocca al lupo SEL

Andrea Sironi

Quanto vale una vita umana, oggi? Questa è una domanda che spesso mi faccio e che spesso scrivo nei miei articoli.

Il tema viene riproposto da Regione Lombardia, che promette un “assegno” di 250 euro mensili per diciotto mesi alle donne che rinunciano ad interrompere una gravidanza. Il requisito indispensabile per ottenere il sussidio è che siano i problemi economici la causa alla base dell’interruzione.

Quindi un totale di 4.500 euro, questo varrebbe per Regione Lombardia la vita di un piccolo essere umano, questa è la somma di denaro che dovrebbe convincere una donna in difficoltà a non rinunciare ad una gravidanza. Preciso, che personalmente non esiste nessuna somma di denaro che possa condizionare una scelta così difficile e traumatica senza una attenta analisi del contesto nel quale maturano queste decisioni e per le quali nessuna politica finora è stata capace di comprendere a fondo.

Fare della semplice carità, perchè di questo si tratta, non risolve i problemi di chi ogni giorno si scontra con la dura realtà della vita. Quante coppie non possono permettersi una famiglia e una casa? Quante famiglie rinunciano ad avere figli perchè non possono mantenerli? Quanti giovani non possono permettersi di pensare ad un futuro, perchè questo futuro gli è stato precluso?

Precluso da una politica che non pensa ai giovani, che non pensa alle realtà locali, che non pensa ad intraprendere una strada che abbia un destino comune, includente. Una politica incapace di saper progettare un futuro ai giovani, specialmente di quelli in difficoltà che ormai sono la maggioranza, ogni giorno in lotta con la vita stessa, diventata precaria come il lavoro, come gli affetti, come la visione stessa del quotidiano.

L’insignificante sussidio di Regione Lombardia alla fine dei diciotto mesi terminerà, e lo scontro con una società priva di assistenza, specialmente quella lombarda, destinata ad una selvaggia privatizzazione, sarà duro ed impietoso.

Nessuno più sarà disposto ad aiutare quella donna con il proprio figlio, in un Paese dove si spende sempre meno per le politiche di sostegno alle famiglie, dove si tagliano fondi per la scuola e per la sanità, favorendo il privato, favorendo soltanto chi ha possibilità economiche.

L’Italia investe soltanto 1,1% del PIL per la famiglia e l’infanzia, diventando di fatto una nazione vecchia, senza futuro e senza cultura, dove i giovani ahimè sono diventati un esercito immobile, rassegnati da un destino non ben definito.

Se vogliamo proprio risolvere il problema delle interruzioni di gravidanza e dare un nuovo valore alla vita umana, che non vale certo 4.500 euro, è necessaria una politica destinata a sostenere concretamente le famiglie, con solide politiche sociali, che investano in strutture pubbliche, quindi più asili nido, più scuole, più servizi per l’infanzia, più servizi per i nuclei famigliari e più possibilità per chi vuole formare una nuova famiglia.

Il provvedimento una-tantum di Regione Lombardia sicuramente farà felice qualcuno, certo non farà felice chi vorrebbe un solido e sincero sostegno alla vita.

Andrea Sironi

Per consuetudine il respiro della politica deve essere ampio, ma da tempo mi appare sempre più asfittico, sempre le stesse argomentazioni, sempre i soliti problemi irrisolti, sempre proposte di possibili soluzioni che vanno a ledere la vita.

Occorre pensare a uno spazio creativo, una finestra culturale che lavori su modelli ideali, lontano dalla logica di potere e di convenienza elettorale, libero di muoversi fuori dalle esigenze della “partitocrazia”, per costruire dei progetti che ricerchino il benessere della collettività, di tutta la collettività.

E’ da tempo ormai che la politica, specialmente quella che si definisce di “sinistra” non riesce a sviluppare contenuti veramente alternativi, nel recente passato abbiamo assistito tutti alla presentazione di una miriade di provvedimenti marginali destinati alla semplice distinzione di facciata, senza che nell’insieme sia maturato un reale cambiamento. Il “sistema” sostanzialmente non è mai stato messo in discussione, mantenendolo funzionale al potere, sia economico che politico.

Le oligarchie del potere trovano la loro legittimazione attraverso le elezioni, le quali mantengono viva l’illusione della libertà e della democrazia, mentre il cittadino non ha concrete possibilità di incidere sulle scelte che gli vengono preconfezionate, quindi si accontenta di delegare, schierandosi con una parte o con l’altra più per motivi affettivi che razionali, oppure prende coscienza del gioco delle parti e si disinteressa della politica, che considero l’aspetto peggiore.

Stiamo assistendo inermi ad una politica di “spoliticizzazione”, che dietro il pretesto di libertà ha attuato una deregolamentazione selvaggia, attribuendo così ai determinismi economici un potere assoluto ed indiscriminato.

I cittadini italiani hanno bisogno più che mai di una classe politica capace di realizzare una economia al servizio dell’uomo che abbandoni la ricerca di una affannosa crescita quantitativa, governata dalla sola logica del profitto, per costruire invece uno sviluppo qualitativo, che abbia al centro dei propri interessi l’intera società.

E’ ritornata in auge la possibilità di un aumento dell’età pensionabile per le donne, è l’ennesimo “schiaffo” alla società, alla gente comune, alle donne che hanno, da sempre, un doppio lavoro, quello “professionale” e quello “famigliare”.

Ancora una volta si cerca di trovare la soluzione più semplice, priva di un grande “respiro” ad un problema che andrebbe affrontato con un ragionamento rivolto maggiormente all’importante ruolo che la Donna svolge.

Andrea Sironi