Riflessioni sparse a Sinistra

Il blog di Andrea Sironi

Visualizza gli articoli pubblicati sotto agosto 2010

Nel sistema scolastico italiano, purtroppo non sono poche le incertezze, i dubbi, le preoccupazioni che gravano sugli insegnanti, sugli studenti, sugli enti locali e sulle famiglie che, affrontando notevoli sacrifici economici, confidano nel sistema dell’istruzione quale snodo imprescindibile nella preparazione alla vita dei propri figli.

Dobbiamo mobilitarci per far si che le istituzioni, una volta per tutte, si impegnino a sostenere, ma soprattutto rafforzare il basilare settore dell’istruzione pubblica, garantendo la libertà d’insegnamento e diritto ad un’istruzione che offra pari opportunità per tutti, anche per chi scelga o abbia necessità di entrare nel mondo del lavoro.

Le istituzioni dovranno sempre più difendere una scuola pubblica in cui aumentano le difficoltà, in cui crescono gli iscritti in ogni ordine e grado ma calano gli insegnanti, a partire da quelli di sostegno per i ragazzi diversamente abili. Incredibile per qualsiasi Paese che si possa definire “moderno”.

I continui tagli alla spesa si traducono in tagli sui diritti, ad esempio per i tanti bambini esclusi dalle scuole d’infanzia, a tutto ciò si somma un’impreparazione all’accoglienza dei tanti studenti stranieri.

Sono convinto nella necessità di finanziare interventi di inserimento dei ragazzi stranieri nella scuola in quanto l’integrazione nasce proprio sui banchi scolastici, è lì che nasce la tolleranza, è lì che nasce una società multietnica e coesa, è lì che nasce un futuro di Pace.

Credo che la nostra scuola sia un sistema forte, e sono convinto sia capace di reagire alle difficoltà, ma che abbia diritto ad essere considerata come merita, non solo per il bene del sistema educativo, ma per il futuro stesso della nostra società.

A noi spetta l’importante compito di riproporre con più forza e determinazione queste tematiche, così centrali nella vita di ognuno di noi, tanto da influenzarne fortemente il futuro.

Andrea Sironi

In questi giorni, specialmente in rete, divenuta il principale mezzo di comunicazione politica, è in atto un importante dibattito riguardo la legge elettorale “porcellum”, ideata dal “sempreverde” Calderoli.

Tale legge viola il principale diritto politico che è quello della libertà di voto, infatti il cittadino votando non sceglie la persona, bensì il partito, nel quale i candidati sono scelti a discrezione degli organi dirigenti, quelli che “comandano” per intenderci.

La storia di questa legge non è certo nuova, come non è nuova la mobilitazione che ha sempre suscitato, eppure guarda caso, nessuno mai ha avuto la volontà di opporsi in modo deciso. Qui come al solito ci tombola dentro l’opposizione, la Sinistra, che con la sua schiera di ex non ha mai intrapreso un ruolo per determinare un vero cambiamento.

Tantissimi ex animano i palazzi, le direzioni, i coordinamenti, sempre alla ricerca di una medaglia al valor politico da aggiungere alla loro bacheca personale. Dunque perchè dare una determinante responsabilità al popolo, il quale potrebbe far cambiare equilibri direzionali?

Il panorama politico parla chiaro, la paura di perdere visibilità è tanta, gli ex non vogliono abbandonare i gradini più alti della piramide della politica, dove ricavare una posizione significa molte volte ricavare anche uno stipendio, e con i tempi che corrono qualche euro in più in tasca fa sempre comodo. 

Del resto secondo un rapporto Luiss del 2008, ben il 60% della classe politica italiana ha più di settant’anni, contro il 4,6% della Spagna per esempio. Il dato la dice lunga, solo una politica giovane può avere la necessaria lungimiranza nel progettare un nuovo futuro. 

Questa legge va cambiata, al più presto, perchè in Italia non bastano soltanto partiti nuovi, servono anche facce nuove, facce coraggiose, svincolate da interessi personali. Far politica significa prendersi in carico i problemi dei più deboli, dei più indifesi, solo così si può dare una inversione di rotta ad un Paese sull’orlo del baratro. 

Ecco perchè sono necessarie le cosiddette “primarie”, anche in tutte le circoscrizioni come proposto da una campagna de “l’Unità”, servono per dare un reale senso di libertà e di partecipazione ad un popolo stanco, ancora capace di ragionare, ancora capace di scegliere persone e non semplici simboli, dietro ai quali spesso si annida un passato disastroso. 

Andrea Sironi

Interessante articolo di Adriano Sofri. Una serie di riflessioni che danno delle risposte sui perchè il diverso diventa l’eterno capro espiatorio.

Andrea Sironi

—————–

Gli “zingari” sono un espediente necessario della brava gente e dei suoi governanti. Sono accampati ai margini delle nostre città e dei nostri pensieri per esserne tratti fuori a ogni nuova occorrenza e insultati, reclusi, cacciati. Come tutti i fantasmi, sono destinati a ritornare, anche dopo che i governi in affanno hanno stanziato qualche euro per buttarli fuori “volontariamente” (adulti 300, bambini 100, al cambio francese attuale). Gli “zingari” sono una risorsa della brava gente e dei ministri, di cui rapiscono i bambini e lavano di forza i vetri ai semafori. Nell’ elenco delle minoranze designate a fare da capro espiatorio, tengono il primo posto, perché tengono l’ ultimo nella scala della considerazione sociale.
Lo “zingaro” viene inoltre odiato con una furia digrignante che eccede lo stesso odio per l’ ebreo. In molti di noi che non siamo “zingari” (salvo che lo siamo a nostra insaputa) è come se agisse un raptus permanente, un desiderio rabbioso di dare fuoco allo “zingaro di merda” -uomo donna bambino vecchio – che fa anche a meno di accampare un razzismo, che non gli concede nemmeno il rango di razza inferiore. Agli “zingari” si pensa e si provvede all’ ingrosso: al diavolo il principio per cui sono perseguibili gli individui, non le comunità o i gruppi collettivi. Poi ci sono, in carne e ossa, i sinti, i rom, i nomadi, gli ashkalì, i kalé e gli altri gruppi di lingue e religioni e provenienze diverse, e le famiglie e le singole persone. Cinquecentomila persone – forse di meno, forse molti di più – furono sterminate dal nazismo. Il nome che la loro gente dà allo sterminio, Porrajmos, “divoramento” (voragine, forse?) è ancora pochissimo noto, rispetto all’ ebraico Shoah, che anch’ esso ebbe bisogno di tempo per farsi strada. Il tempo che passa nell’ ignoranza vuol dire che i superstiti scompaiono e la testimonianza della verità viene più offuscata.

Poiché tutto quello che riguarda “gli zingari” è speciale, anche l’ ignoranza su di loro lo è, non solo sullo sterminio. Tanto il loro nome fantastico è presente e intimo alla vita europea, Carmen e le canzonette e i modi di dire, quanto colossale è la misconoscenza. Domandate a qualcuno – a voi stessi, per cominciare – quanti sono “gli zingari” in Italia, e poi confrontate le risposte. Domandate quanti sono, in proporzione fra loro, i cittadini italiani. Domandate quale sia la loro età media, e quale la durata media della loro vita, e quanto pesino i loro neonati – a paragone coi dati corrispondenti della brava gente e dei ministri. Eppure, i libri e le ricerche affidabili sono ormai numerosi, e i film e i romanzi e la musica, e Internet è una miniera favolosa e accessibile; e al tempo stesso un giacimento di ripugnanti esibizioni di quella bestiale e frustrata violenza. Penso questo. Che “noi” – la brava gente e i ministri – anche quando ci misuriamo col problema con le migliori intenzioni, ci chiediamo che cosa si potrebbe fare degli, o per gli zingari. Ci sono buone idee in proposito, e lodevoli sforzi di praticarle. Però l’ idea più preziosa è quella di chiederci che cosa potremmo fare di, o per, noi stessi. Per esempio, che i bambini rom e sinti vadano a scuola è importantissimo – e le ruspe che distruggono le baracche e ne disperdono gli abitatori e lasciano fra le macerie quaderni di scuola squartati gridano vendetta al cielo. Ma sarebbe molto importante che a tutti gli scolari si raccontasse chi sono “gli zingari”.

Quanti sono, quanti anni hanno, quanti sono italiani e da quante generazioni, quanti abitano in case e quanti vorrebbero abitarci, e quanti furono sterminati, e che storia millenaria di paura e attrazione, di brutalità e demonizzazione si è rovesciata su loro, e quale incomparabile avversione ai rom di Romania nutrano i romeni… Quanti bambini risulta che abbiano rapito – per esempio: nessuno – e quanti bambini furono rapiti a loro, in paesi civilissimi, in nome dell’ assimilazione. Che si suggerisse agli studenti una riflessione sulla parola “errante” e sulla sua applicazione a tre popoli – gli ebrei, gli zingari, le puttane (“La puttana errante”, era un piccante titolo cinquecentesco) – per i quali si inventarono i ghetti, e si reinventano di continuo. Eccetera, continuate voi. (Nota: gli “zingari” in Italia sono fra 120 e 150 mila, fra loro i cittadini italiani sono la maggioranza. Ciò non impedì a un noto giudice milanese di definirli in sentenza “popolo allogeno”. La maggioranza vive in case. Più del 40 per cento ha meno di 14 anni. La vita media è di molti anni inferiore a quella degli altri. I rom, fra i 10 e i 12 milioni, sono la più vasta e povera minoranza nella Ue. Sono dovunque molto più numerosi che in Italia: oltre il milione in Romania e Bulgaria, 7-800 mila in Spagna e Ungheria, 500 mila in Slovacchia, 400 mila in Francia, 350 mila in Grecia…. Nel 2008, dopo il proclama sulle impronte digitali, la Croce Rossa romana dichiarò che i volontari incaricati non avevano preso una sola impronta: «Non ce n’ era bisogno, avevano tutti i documenti». Il sindaco di Roma aveva denunciato nella città la presenza di 20 mila zingari clandestini, la Croce Rossa ne trovò 2.200. Il sindaco di Milano sosteneva che nella sua città ce ne fossero 25.000, se ne contarono 2.000. A Napoli, invece dei supposti 10.000, se ne contarono 1.200. Forse erano scappati. Appunto).

Le tappe LA MIGRAZIONE I progenitori dei rom si muovono intorno all’ anno Mille dall’ India settentrionale in seguito a persecuzioni LE PERSECUZIONI Nel 1419 giungono in Francia, ma gli è negato l’ ingresso a Parigi. Nel 1492 vengono espulsi dalla Spagna L’ ASSIMILAZIONE Una legge di Maria Teresa D’ Austria stabilisce l’ educazione dei rom a carico dello Stato (XVIII sec.) LO STERMINIO Più di 500mila zingari sono uccisi nei campi nazisti. Al processo di Norimberga i rom non furono rappresentati OGGI Fa discutere la scelta del governo Sarkozy di espellere i rom irregolari e quelli colpevoli di reati

Adriano Sofri

Ogni tanto il colonnello Gheddafi pianta la sua tenda beduina in Italia, patria del suo amico, nonchè socio in affari, Silvio Berlusconi. Naturalmente come consuetudine tutta italiana, si mischiano il sacro al profano, si mischiano ruoli istituzionali con ruoli del tutto affaristici.

E’ così, del resto l’Italia è stata definita più volte come una azienda dal Presidente del Consiglio. Presidente grande venditore, grande affarista, che ha magistralmente confuso e sparpagliato le carte della politica, traslando di fatto gli interessi di tutti verso i propri.

La storia Italia-Libia comincia ufficialmente nel 2008 con la firma del trattato di amicizia bilaterale, con il quale l’Italia ha garantito alla Libia il versamento di ben cinque miliardi di euro in venti anni, in cambio di un controllo più rigido del flusso migratorio verso il bel Paese. Pensate cosa significa controllo dei flussi migratori per una delle dieci peggiori dittature al mondo.

Che importa, business è business, se stringere alleanze ed amicizie, significa siglare contratti e quant’altro allora tutto è permesso in questo grande gioco della “realpolitik”.

Dal trattato alla sigla di diversi contratti e gestioni di denaro la strada è breve ed in discesa, una mano lava l’altra, e così il nostro premier con le sue TV espatria in Libia pensando ad una nuova frontiera cinematografica, il colonnello con i suoi “petroldollari” atterra in Italia, acquistando sostanziose quote azionarie di banche, di squadre di calcio, puntando sempre più a ramificare la propria presenza in assetti industriali.

E sembra pure che il colonnello non sia poi così tanto visto male dai vari paesi europei. La Libia si dice sia un Paese con forti capacità di crescita, quindi con una crisi economica così forte in atto, le commesse libiche fanno gola a tutti.

Insomma anche questa volta il denaro ha vinto, invece la politica e la ragione hanno perso.

Andrea Sironi

“La vera patria è quella in cui incontriamo più persone che ci somigliano”.

Stendhal

Marchionne, l’amministratore delegato di Fiat, è intervenuto al meeting di CL a Rimini. Nel suo attesissimo discorso ha criticato aspramente il sistema industriale italiano, ha invocato maggiore innovazione, maggior apertura ad un sistema di mercato votato da tempo alla globalizzazione.

Ha insistito particolarmente sull’abbandono di vecchie ideologie, per dare spazio alla visione di nuovi orizzonti, precisando che non si è più negli anni sessanta, quindi è necessario un superamento dei vecchi modelli di pensiero che vedono una lotta fra capitale e lavoro, e fra padroni ed operai.

Ha difeso a spada tratta il comportamento del gruppo torinese riguardo il licenziamento dei tre operai e delegati della Fiom accusati di sabotaggio, e non reintegrati nonostante la sentenza di un giudice del lavoro lo preveda.

Marchionne dunque ha esposto al pubblico di CL la sua arringa, la difesa di una linea industriale che prevede l’abolizione dei più elementari diritti dei lavoratori ad appannaggio esclusivo di un gruppo industriale intenzionato a modificare radicalmente l’intero assetto contrattuale e con esso perfino la dignità delle persone che ogni giorno lavorano in Fiat.

Il novecento è finito, e con esso è finito quel rapporto fra capitale e lavoro, il capitale ha vinto, il lavoro ha perso. Tuttora il lavoro vive su un piano inclinato e continua la sua marcia verso il basso, verso la sua scomparsa. Le macerie del novecento hanno sepolto tutto, il dissenso democratico, la capacità contrattuale, la sponda politica deputata alla “protezione” del lavoratore. Non ci resta quindi che ascoltare Marchionne in una kermesse dire che bisogna superare rigidi schemi, agganciare la ripresa attraverso una accondiscendenza nei confronti di una globalizzazione che rende tutti più poveri, tutti più inermi.

Ormai si possono scrivere intere pagine sulle cause della deriva del mondo del lavoro, divenuto una giungla, lo si è detto in mille salse differenti, manca una politica capace di contenere questo fiume portatore di profonde ingiustizie. Tutto è da rimodulare, l’elogio di una nuova politica non si deve certo fermare in dichiarazioni, ma deve affermarsi attraverso un progetto che dia credibilità e coraggio a percorsi di libertà che non siano più schiavi di una logica bipolare, o peggio ancora bipartitica.

Solo così potremo tutti insieme dare nuovo respiro, nuovo equilibrio a quel rapporto fra operai e padroni che da sempre hanno avuto interessi divergenti, e dove i primi hanno sempre pagato più dei secondi, sia materialmente che moralmente.

Andrea Sironi

Interessante pensiero di Luciano Gallino riguardo il conflitto di classe: “Il ritorno ad un conflitto di classe che si esprima con gli strumenti della democrazia e però mandi in soffitta l’idea reazionaria che per avere e mantenere un lavoro bisogna sottostare a qualsiasi condizione un’azienda si sogna di imporre perché il mondo è cambiato, la globalizzazione lo esige, la competitività ce lo… impone, sarebbe una novità interessante nel deserto della politica italiana”.

Andrea Sironi

“Certo si può immaginare un mondo nel quale la politica si riduca solo al voto e ai sondaggi; ma questo sarebbe inaccettabile perché significherebbe stravolgere l’essenza della vita democratica”.

Enrico Berlinguer

Chiamparino sarebbe un uomo da primarie del centrosinistra? In una intervista al quotidiano “Il Sole 24 Ore” parla di meno regole nel mercato del lavoro, di gestione privata dei servizi pubblici etc, etc, etc…

Come direbbe Totò all’on. Cosimo Trombetta in un celebre film: “Ma mi faccia il piacere!”.

E’ venuto il momento di preoccuparsi serimente. Ancora una volta gli ingranaggi della Sinistra sembrano essere ben arrugginiti.

Andrea Sironi

————————–

Nel desolante agosto della politica torinese, hanno tenuto banco la polemica sulla vicenda dei profughi e il mancato invito al presidente Roberto Cota alla festa nazionale del Pd.

Sulla prima pesa l’incapacità da parte delle istituzioni di coordinarsi in modo efficace, rischiando di far percepire all’opinione pubblica solo gli atteggiamenti che oscillano tra un eccessivo buonismo e un’indisponibilità all’accoglienza, che non vuole comprendere le ragioni di chi, fino a prova contraria, è scappato dal proprio Paese per motivi umanitari. E intanto il problema dei profughi che hanno occupato la palazzina di corso Chieri a Torino rimane ed è passato nell’immaginario collettivo soprattutto l’incomprensione fra l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati e il sindaco Chiamparino che ha voluto mostrare forzatamente sulla vicenda i muscoli.

Anche sul mancato invito a Roberto Cota, Sergio Chiamparino ha alzato i toni, non riconoscendosi nelle scelte degli organizzatori della festa, appartenenti al suo stesso partito. Dall’esterno del Pd, crediamo sia fuori luogo entrare nel merito della questione, ma siamo preoccupati, come il sindaco, dell’inadeguatezza dell’immagine che il centrosinistra sta offrendo.

Da sinistra rileviamo con un certo dispiacere che sia stato il Presidente dell’Unione Industriale torinese, Gianfranco Carbonato, intervistato il 21 agosto su La Stampa, a riportare il dibattito sul tema centrale di cui la politica si dovrebbe occupare: la crisi economica. Nascono però ulteriori considerazioni: Carbonato facendo appello a Chiamparino perché scenda in campo nazionalmente, lo candida così a rappresentare gli interessi degli industriali, semmai dovesse essere uno dei nomi a confrontarsi nelle primarie del centrosinistra. E di questa vicinanza il sindaco ha già dato ampia prova nelle sue esternazioni a proposito delle relazioni industriali con la Fiat, per cui ha auspicato un superamento della rigidità della contrattazione attuale, arrivando anche ad attribuire ad una parte del sindacato la caratteristica di inaffidabilità.

E’ naturale allora che la sinistra debba avere altre voci. Non possiamo pensare al fatto che conquiste del passato possano essere modificate al ribasso, e, se la Fiom rischia di rappresentare solo cassintegrati, come ha affermato Carbonato, vorremmo ricordare che spesso sono gli stessi industriali ad abusare dello strumento della CIG.

Servono politiche industriali di cui il governo nazionale finora non si è dimostrato capace. Solo così si può concretamente contrastare il fenomeno delle delocalizzazioni. Non si può usare come unica leva su cui agire il costo del lavoro e la strada delle contrattazioni specifiche rischia di andare in questa direzione.

E non abbiamo visto il lavoro fra i cinque punti programmatici che Silvio Berlusconi ha individuato come elementi irrinunciabili per la maggioranza di governo. Attendiamo nel frattempo di comprendere quale sarà in Piemonte l’impatto del Piano Straordinario per l’occupazione, annunciato con grande enfasi da Roberto Cota. Ricordiamo che poggia su quattro pilastri: più occupazione, più competitività, più credito, meno burocrazia. Affermazioni di principio che non si possono non condividere.

Un piccolo pezzo di questo Piano è stato approvato in modo bipartisan dal Consiglio Regionale, con un’opposizione che ha voluto avere un atteggiamento responsabile, seppur dopo un assestamento di bilancio, i cui tagli creeranno molti problemi ai piemontesi, anche sul fronte occupazionale. Nel programma elettorale di Cota leggiamo che per ogni provvedimento verrà riportato l’indice di occupazione, che definisce l’impatto di ogni decisione in termini di posti di lavoro difesi o creati. Non però di quelli distrutti.

Finora non abbiamo ancora visto come le indicazioni generali del Piano vengano declinate su politiche industriali specifiche, a fronte delle numerose crisi di aziende piemontesi. Sulla Fiat siamo francamente stufi di continuare a sentire che possiamo investire sui motori puliti, come ha ripetuto, buon ultimo, l’assessore Giordano, qualche giorno fa, tornando dal suo viaggio negli Stati Uniti. Per difendere i posti di lavoro della sede locale della Rai cosa mettiamo in campo, al di là del dichiarato sostegno? E l’elenco può continuare….

Monica Cerutti

23 Agosto 1927: Sacco e Vanzetti, vittime del pregiudizio sociale e politico.

Andrea Sironi

————————-

“Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — io non augurerei a nessuna di queste ciò che io ho dovuto soffrire per cose di cui io non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui io sono colpevole. Io sto soffrendo perché io sono un radicale, e davvero io sono un radicale; io ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano…”

Bartolomeo Vanzetti

Una recente ricerca della Cgia di Mestre, ancora una volta evidenzia le tante anomalie dei sistemi di imposizione fiscale e di stato sociale del nostro Paese.

La ricerca confronta tre paesi: l’Italia, la Francia e la Germania. I risultati emersi non sono molto confortanti per noi italiani, soprattutto per chi le tasse le paga per davvero, infatti in Italia si versano in media 7.350 euro per riceverne in welfare 8.023, in Francia si versano 7.438 euro per riceverne 10.776, in Germania invece si versano 6.919 euro per riceverne 9.171. Il quadro delineato è molto chiaro, gli italiani pagano più tasse per ricevere meno servizi, situazione che di fatto crea una molteplicità di sperequazioni ed ingiustizie sociali che hanno raggiunti dei livelli veramente insopportabili.

Noi italiani, paragonati ai francesi, paghiamo 88 euro in meno di tasse, ma per ricevere in welfare ben 2.753 euro in meno, paragonati ai tedeschi paghiamo 431 euro in più per ricevere 1.148 euro in meno. Quindi l’Italia è fra i tre Paesi il fanalino di coda riguardo la protezioni delle fasce più deboli di una società in estrema difficoltà, dove si registra una disoccupazione dilagante, bassi salari e un precariato cronicizzato al limite di una rottura della stessa coesione sociale.

In Italia non esiste nessun valido sostegno che sia veramente di aiuto alle giovani coppie, agli anziani, ai disabili, alle famiglie in difficoltà, penso all’acquisto di una casa, penso al mantenimento di bambini e cosi via, l’elenco potrebbe dilungarsi a dismisura.

Ma in questo Paese non si pensa allo stato sociale, si pensa allo scudo fiscale, al processo breve, si pensa ad imbrigliare l’informazione, a manipolare la giustizia, a salvare i corrotti e i corruttori, il tutto aggrappato ad una economia sommersa che fa pagare sempre ai soliti, quelli più deboli ed indifesi.

Questa è una Italia senza futuro, senza la ben che minima prospettiva che dia un vero rilancio, una vera rinascita capace di appianare le innumerevoli discrepanze che caratterizzano la vita quotidiana di tutti noi. Oggi, ancora di più, è necessaria una politica che faccia un “porta a porta”, ovvero il coraggio di bussare per ridare una speranza, per proporre un nuovo modello di società meno individualista, più altruista, più giusta e con una marcata propensione a disgregare quella competizione fiscale e sociale rivolta sempre più verso il basso.

Coraggio dunque di lasciare il passato per impadronirsi del futuro.

Andrea Sironi