Riflessioni sparse a Sinistra

Il blog di Andrea Sironi

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“Noi ci accostiamo alla natura solo per sottometterla. Se ci adattassimo a questo pianeta e lo apprezzassimo, invece di considerarlo in modo asettico e dittatoriale, avremmo migliori possibilità di sopravvivere”.

E.B. White

Nonostante le proteste di molte associazioni – fra le quali: Adiconsum, Agorà Digitale, Altroconsumo, Assonet-Confesercenti, Assoprovider-Confcommercio – il sei luglio, l’AgCom approverà la delibera sulla tutela del copyright online, grazie alla quale l’Autorità delle comunicazioni avrà il diritto arbitrario di oscurare siti senza un processo.

In parole povere una censura del web, che andrà a colpire la libertà, a favore dei poteri forti, delle lobby che dominano il panorama comunicativo italiano, tra l’altro molto ristretto e ossessionato dalla molteplicità di contenuti che la rete oggi offre.

Un Paese libero non può accettare norme oscurantiste che vanno a ledere i diritti dei cittadini per favorire i pochi che vogliono lucrare ogni aspetto di libertà.

Di seguito, una intervista a Luca Nicotra, segretario di Agorà Digitale, che spiega la gravità della questione.

Andrea Sironi

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Ma perché gridare alla censura? Come motivate quest’allarme?
«La questione alla base è che il diritto d’autore sul web ha tantissimi ambiti ed è possibile che l’industria del copyright metta in piedi interi uffici dedicati a segnalare presunte violazioni all’Autorità, come avvenuto in altri Paesi. L’Autorità non avrà i mezzi per gestire le decine di migliaia di segnalazioni che arriveranno. Sarà il Far west, ci saranno decisioni sommarie, ai danni di siti anche innocenti. Siamo il primo Paese al mondo a dare ad Agcom questo potere. Calabrò stesso ci ha detto che sa di muoversi in un territorio di frontiera… ».

Però ci si potrà difendere opponendosi all’oscuramento del sito.
«Secondo la delibera, potrà farlo il gestore del sito web, ma non l’utente che carica il contenuto in questione. Sarà un salto nel buio. Il nostro colloquio con Calabrò ci ha confermato che l’Autorità non è preparata a questo».

Perché non lo è?
«Per esempio: abbiamo detto a Calabrò che i provider Internet avranno grosse spese per rimuovere i contenuti dal web e lui ci ha risposto che non lo sapeva, che non gliel’avevano detto. Non ci ha mai risposto con numeri e criteri oggettivi alle nostre critiche».

Ma la censura avrà anche un colore politico?
«Sì e questo rende la cosa ancora più grave. Siamo in un Paese in cui la denuncia per diffamazione è facile ed efficace, per mettere a tacere media. Inun sistema politicizzato come il nostro, questo nuovo potere che Agcom potrebbe aggravare il fenomeno. Dalla denuncia per diffamazione all’oscuramento d’Autorità di un sito il passo è breve».

Perché vi è sembrato che Calabrò avesse molta fretta di completare la delibera?
«In precedenza Agcom ci aveva promesso, per tenerci buoni, tanti incontri di mediazione e che il testo definitivo non sarebbe stato subito esecutivo ma che sarebbe stato messo in consultazione. Adesso invece ha deciso che già prima dell’estate, probabilmente il 6 luglio, arriverà a una delibera fatta e compiuta».

Come ti spieghi questa fretta?
«Siamo in un contesto di grossa instabilità politica. In questo momento il clima è ancora favorevole agli interessi di Mediaset, ma Agcom teme che non sarà presto così e quindi vuole chiudere in fretta la vicenda. E’ un altro effetto del conflitto di interesse del presidente del Consiglio».

L’interesse delle lobby del copyright è evidente. Ma di Mediaset? E’ solo quello di tutelare il proprio diritto d’autore sul web (ha denunciato in passato Google per video su YouTube, del resto)?
«Non solo. Lo scopo è forgiare il web in modo simile al mercato che loro conoscono e depotenziandone la minaccia al loro business. Hanno fatto così anche con la delibera sulle web tv».

Che farete se la delibera passa così com’è?
«Faremo ricorso al Tar del Lazio. Se necessario a Bruxelles, ma crediamo che il Tar bloccherà la delibera, che secondo molti esperti è illegittima, poiché viola diritti fondamentali del cittadino. Ma visto che ci sono forti interessi del Presidente del Consiglio a far passare quelle norme, il governo potrebbe intervenire direttamente con un decreto, in caso di blocco al Tar».

Da tempo sostengo che la crisi attuale del capitalismo è più che congiunturale e strutturale. E’ terminale. 

E’ giunto alla fine il genio del capitalismo per adattarsi sempre a qualsiasi circostanza? Sono cosciente che sono poche le persone che sostengono questa tesi. Due ragioni, però, mi portano a questa interpretazione. 

La prima è la seguente: la crisi è terminale perchè tutti noi, ma in particolare il capitalismo, abbiamo oltrepassato i limiti della Terra. Abbiamo occupato e depredato tutto il pianeta spezzando il suo sottile equilibrio ed esaurendo i suoi beni e i suoi servizi, fino al punto che non riesce più a sostituire da solo quello che gli hanno sequestrato. Già a metà del secolo XIX Karl Marx scriveva profeticamente che la tendenza del capitale era di andare in direzione della distruzione delle sue due fonti di ricchezza e di riproduzione: la natura e il lavoro. E’ quello che sta succedendo. 

La natura, in effetti, sta subendo un grande stress, come mai prima, per lo meno nell’ultimo secolo, senza contare le 15 decimazioni che ha conosciuto nel corso della sua storia di più di quattromila milioni di anni. 

I fenomeni estremi verificabili in tutte le regioni, i cambi climatici che tendono ad un riscaldamento globale crescente, parlano a favore della tesi di Marx. Senza natura, come si riprodurrà il capitalismo? Ha incontrato un limite insuperabile. 

Il capitalismo precarizza o prescinde dal lavoro. Esiste un grande sviluppo senza lavoro. L’apparato produttivo informatizzato e robotizzato produce di più e meglio, senza quasi alcun lavoro. 

La conseguenza diretta è la disoccupazione strutturale. 

Milioni di persone non entreranno mai più nel mondo del lavoro, neppure come esercito di riserva. Il lavoro, dalla dipendenza dal capitale, è passato a prescindere da esso. In Spagna la disoccupazione raggiunge il 20% della popolazione generale, e il 40% dei giovani. In Portogallo il 12% del paese e il 30% dei giovani. Questo significa una grave crisi sociale, come quella che devasta in questo momento la Grecia.

Tutta la società viene sacrificata in nome di un’economia fatta non per rispondere alle richieste umane ma per pagare i debiti con le banche e con il sistema finanziario. Marx ha ragione: il lavoro salariato non è più fonte di ricchezza. Lo è la macchina. 

La seconda ragione è legata alla crisi umanitaria che il capitalismo sta generando. Prima era limitata ai paesi periferici. Oggi è globale e ha raggiunto i paesi centrali. Non si può risolvere la questione economica smontando la società. 

Le vittime, legate tra loro da nuovi viali di comunicazione, resistono, si ribellano e minacciano l’ordine vigente. Ogni volta più persone, specialmente giovani, non accettano la logica perversa dell’economia politica capitalista: la dittatura della finanza che, attraverso il mercato, sottomette gli Stati ai suoi interessi e la redditività dei capitali speculativi che circolano da una borsa ad un’altra ottenendo profitti senza produrre assolutamente niente che non sia più denaro per i suoi possessori di rendite. 

E’ stato il capitale stesso a creare il veleno che lo può uccidere: nell’esigere dai lavoratori una formazione tecnica ogni volta migliore per essere all’altezza della crescita accelerata e della maggiore competitività, ha creato involontariamente persone che pensano. Queste, lentamente, vanno scoprendo la perversità del sistema che spella le persone in nome di un’accumulazione meramente materiale, che si mostra senza cuore nell’esigere più e più efficienza, fino al punto di portare i lavoratori ad un profondo stress, alla disperazione e, in alcuni casi, al suicidio, come succede in vari paesi, compreso il Brasile. 

Le strade di vari paesi europei e arabi, gli “indignati” che riempiono le piazza della Spagna e della Grecia, sono espressione di una ribellione contro il sistema politico esistente a rimorchio del mercato e della logica del capitale. I giovani spagnoli gridano “non è una crisi, è una rapina”. I ladroni hanno le loro radici a Wall Street, nel F.M.I. e nella Banca Centrale Europea, che sono i sommi sacerdoti del capitale globalizzato e sfruttatore. 

All’aggravarsi della crisi cresceranno in tutto il mondo le moltitudini che non sopporteranno più le conseguenze del supersfruttamento delle loro vite e della vita della Terra e si ribelleranno contro questo sistema economico che ora agonizza, non per la vecchiaia ma per la forza del veleno e delle contraddizioni che ha creato, castigando la Madre Terra e affliggendo la vita dei suoi figli e delle sue figlie. 

Leonardo Boff
Teologo, filosofo e scrittore brasiliano

“Consideriamo una gran cosa l’indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto”.

Epicuro

“La vita, la sventura, l’isolamento, l’abbandono, la povertà, sono campi di battaglia che hanno i loro eroi, eroi oscuri a volte più grandi degli eroi illustri”.

Victor Hugo

Qualche dato, tanto per non dimenticare la situazione in cui tutti versiamo.

L’indagine dell’Istat sui trattamenti pensionistici e beneficiari del 2009 fa emergere questo: quasi la metà dei pensionati italiani ha un reddito da pensione inferiore ai 1.000 euro, infatti il 46,5% dei 16,2 milioni di pensionati italiani (7,7 milioni di persone) ha redditi da pensione complessivi (uno o più trattamenti) per meno di 1.000 euro.

Il 14,7% (2,4 milioni) dei pensionati ha redditi inferiori a 500 euro mentre il 31,8% (5,3 milioni) ha redditi tra i 500 e i 1.000 euro.

Nel 2009 l’importo complessivo delle prestazioni pensionistiche è stato di 253.480 milioni di euro, in aumento del 5,1% rispetto al 2008.

La spesa per il 2009 corrisponde al 16,68% del prodotto interno lordo (Pil). La quota sul Pil, anche a causa della crisi, è cresciuta di 1,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente e rappresenta un record dall’inizio della serie storiche sul casellario pensionistico, nel 2002, quando l’incidenza sul Pil era al 15,02%.

Aggiungiamo a questa situazione la disoccupazione giovanile, che specularmente è forse ancora più grave, perchè cova la preclusione del futuro ad una intera generazione.

Il risultato è un mix esplodente, che non trova ahimè, progetti politici degni di nota, capaci di metabolizzare sensazioni, restrizioni e paure, in grado di suscitare un vero cambiamento.

Andrea Sironi

Tutti parlano di “Debtocracy”, un documentario dei giornalisti Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanou sulla crisi greca. Girato con i loro risparmi e i contributi di qualche amico, il documentario è stato pubblicato gratuitamente su debtocracy.gr. In meno di dieci giorni lo hanno visto quasi 600mila persone. Ogni giorno sostenitori e critici del documentario scambiano le loro opinioni su Facebook, Twitter o sui blog.

I protagonisti di questo documentario (circa 200 personalità) hanno firmato una petizione per l’istituzione di un comitato internazionale che investighi sull’origine del debito e individui i responsabili. Per loro la Grecia avrebbe il diritto di rifiutare il rimborso del suo “debito ingiustificato”, cioè del debito accumulato attraverso atti di corruzione commessi contro l’interesse della società.

Debtocracy è un atto politico e presenta un punto di vista ben definito sugli avvenimenti che hanno portato la Grecia sull’orlo del baratro. Le opinioni vanno tutte in una direzione, quella scelta dagli autori, che fin dai primi minuti mettono in chiaro il loro modo di vedere le cose: “In quasi 40 anni due partiti, tre famiglie politiche e alcuni grandi imprenditori hanno portato la Grecia al fallimento. Questa gente ha smesso di pagare i cittadini per salvare i suoi creditori”.

Gli autori del documentario non danno la parola a quelli che considerano come “complici” di questo fallimento. I primi ministri e i ministri delle finanze degli ultimi dieci anni in Grecia sono presentati come i responsabili di una serie di connivenze che hanno spinto il paese nel precipizio.

Il direttore generale dell’Fmi, Dominique Strauss-Kahn, che si è presentato ai greci come il medico del paese, è paragonato al dittatore Georges Papadopoulos [primo ministro sotto il regime dei colonnelli dal 1967 al 1974]. Il parallelo è proposto fin dall’inizio del documentario, ma Strauss-Kahn non ha diritto ad alcuna replica. Alla domanda “Perché non far intervenire le persone prese di mira?” Katerina Kitidi risponde che è “una domanda che bisogna porre a molti media, che in questi ultimi tempi trasmettono un solo punto di vista sulla situazione. Noi volevamo offrire un altro approccio, che mancava da tempo”.

Come in Ecuador

Per Aris Hatzistefanou quello che conta è l’indipendenza del documentario: “Non avevamo scelta. Per evitare i vincoli che ci avrebbero imposto le case di produzione, le istituzioni o i partiti, per realizzarlo ci siamo rivolti direttamente al pubblico. Il documentario appartiene quindi ai nostri ‘coproduttori’ che hanno contribuito via internet. Ed è per questo che non ci sono stati problemi di diritti. Il nostro scopo è quello di diffonderlo il più possibile”.

Il documentario si serve dei casi dell’Ecuador e dell’Argentina per sostenere la tesi secondo la quale il rapporto di un comitato di esperti può essere utilizzato come strumento di negoziazione per cancellare una parte del debito e il blocco degli stipendi e delle pensioni.

“Cerchiamo di prendere spunto dagli esempi di paesi che hanno detto no all’Fmi e ai creditori stranieri. A questo scopo abbiamo parlato alle persone che hanno condotto questa valutazione in Ecuador e che hanno dimostrato come gran parte del debito fosse illegale”, dice Katerina Kitidi. Debtocracy evita però di sottolineare alcune differenze significative fra l’Ecuador e la Grecia, per esempio le riserve petrolifere del paese sudamericano.

Argyris Papastathis e Lina Psaila

LINK DEL VIDEO-DOCUMENTARIO: http://dai.ly/eyEDgw

Interessante iniziativa quella di “Io Firmo, Riprendiamoci il Voto”, che propone un nuovo Referendum, questa volta riguardo la legge elettorale, la cosiddetta “porcata” inventata e ribattezzata così dal suo ideatore, il ministro leghista Calderoli.

Sull’onda di entusiasmo e di cambiamento, la proposta di un nuovo referendum, potrebbe funzionare, dico potrebbe, visto che ho seri dubbi sulla “passionalità” che genererebbe nella gente comune il tema in questione. Comunque provarci è sicuramente importante, la sensibilizzazione al riguardo sarebbe veramente un grande atto di civiltà, visto che con l’attuale legge, di democratico ha ben poco.

Di fatto, agli elettori viene negato loro il diritto di scegliere i propri rappresentanti.

Gli obiettivi che si pone il comitato organizzatore – oltre ovviamente il raggiungimento del numero di firme necessarie, non poche, ne servono infatti almeno cinquecentomila – sono quattro:

1- Liste bloccate. Le liste bloccate privano gli elettori del diritto di scegliere i propri rappresentanti e ledono irrimediabilmente l’equilibrio tra i poteri. Un Parlamento di “nominati” non ha infatti alcun reale potere nei confronti del Governo e del Presidente del Consiglio.

2- Il premio di maggioranza. Così esiste solo in Italia e ha effetti opposti a quelli auspicati. Attribuendo il 55% dei seggi alla lista che ottiene un voto più delle altre (anche se ha il 35% dei voti), questo meccanismo obbliga anche i partiti maggiori alla ricerche di qualsiasi voto utile. La conseguenza sono coalizioni sempre più ampie e inevitabilmente eterogenee. Nessuna stabilità del governo, anzi: frammentazione della maggioranza di governo e paralisi della sua attività.

3- Soglia di sbarramento. L’attuale soglia di sbarramento al 2% per le liste collegate in coalizione è un ulteriore incentivo alla frammentazione. Mantenere una soglia unica al 4% garantisce la presenza alla Camera dei partiti più rappresentativi, “costringendo” le forze minori ad unioni reali (un unico simbolo, un’unica lista) senza scorciatoie come le coalizioni elettorali. Al Senato il sistema dei collegi consentirà nelle Regioni più grandi la rappresentanza anche di forze decisamente minori.

4- Indicazione del candidato premier. L’obbligo di indicare il candidato Capo del governo interferisce con le prerogative del Presidente della Repubblica che può e deve scegliere in assoluta autonomia. Inoltre tale meccanismo tende a trasformare il nostro sistema da parlamentare in semi-presidenziale senza i contrappesi dei sistemi presidenziali.

Una personale considerazione riguarda gli sbarramenti, non mi sono mai piaciuti, costringono la pluralità – tanto necessaria in un Paese – in un angolo ristretto, schiacciata da logiche dominanti, e poi attribuire problemi di stabilità alla pluralità mi sembra una forzatura.

Per approfondire: www.referendumleggeelettorale.it.

Andrea Sironi

LibertàPensavo alla libertà, al significato in senso stretto del termine e la sua corrispondenza nella società civile.

Spesso si sente parlare di libertà, da destra a sinistra, ma in realtà cosa significa?

Quelli che ne parlano spesso sono realmente liberi? Il dettato costituzionale riserva parecchio alla libertà, eppure nel corso del tempo tanti aspetti e sensibilità sono mutate, trascinandola in una dimensione il cui fronte principale è la mercificazione di tutto, persino dei lineamenti più intimi di un individuo.

Alla parola libertà, corrisponde questo significato: stato di chi è libero, condizione di chi ha la possibilità di agire senza essere soggetto all’autorità o al dominio altrui.

Dunque un individuo non piegato al volere altrui, capace di decidere senza imposizioni di nessun genere. Sembra tutto chiaro e lineare, ma poi forse non è così semplice, anzi. Essere liberi oggi non è per nulla facile, per certi versi impossibile. A questo proposito, un recente articolo di Gustavo Zagrebelsky pubblicato su “la Repubblica” esprime molto bene gli aspetti quotidiani per i quali si perde la libertà.

In una società basata fortemente sul senso della carriera, del benessere a tutti i costi, dell’immagine, quale “spettacolarizzazione” della propria persona, si cerca in tutti i modi di “adeguarsi” alle masse formate dal consumo e dalla Tv, comportamenti che vanno oltre la precarizzazione della libertà.

Zagrebelsky suddivide i “tipi umani” in quattro differenti categorie: il conformista, l’opportunista, il gretto e il timoroso.

Il conformista è chi non dà valore a se stesso, prosegue Zagrebelsky: “…Il conformista è arrivista e formalista: vuole approdare in una terra che non è la sua, e non in quanto essere, ma in quanto apparire. Così, il desiderio di imitare si traduce nello spontaneo soggiogarsi alle opinioni, e l’autenticità della vita si sacrifica alla peggiore e più ridicola delle sudditanze: l’affettazione modaiola…”.

L’oppurtunista: “…è un carrierista, disposto a “mettersi al traino”. Il potere altrui è la sua occasione, quando gli passa vicino e riesce ad agganciarlo. Per ottenere favori e protezione, che cosa può dare in cambio? Piaggeria e fedeltà, cioè rinuncia alla libertà. Messosi nella disponibilità del protettore, cessa d’essere libero e si trasforma in materiale di costruzione di sistemi di potere. Così, a partire dalla libertà, si creano catene soffocanti che legano gli uni agli altri…”.

Il gretto: “…è interessato solo a ciò che tocca la piccola sfera dei suoi interessi privati, indifferente o sospettoso verso la vita che si svolge al di là, che chiama spregiativamente “la politica”. Rispetto alle questioni comuni, il suo atteggiamento l’ipocrita superiorità…” e poi ancora: “…la grettezza è incapace di pensieri generali. Al più, in comune si coltivano piccoli interessi, hobby, manie, peccatucci privati, unitamente a rancori verso la società nel suo insieme. Nell’ambiente ristretto dove si alimentano queste attività e questi umori, ci si sente sicuri di sé e aggressivi ma, appena se ne esce, si è come storditi, spersi, impotenti…”.

Il timoroso: “…la libertà può fare paura ai timorosi. Siamo sicuri di reggere le conseguenze della libertà? Bisogna fare i conti con la nostra “costituzione psichica”, dice Freud: l’uomo civile ha barattato una parte della sua libertà per un po’ di sicurezza…”.

Analisi, quella di Zagrebelsky che ricalca fedelmente la società di oggi, tanto celebrativa nei confronti della libertà quanto avvitata su se stessa, schiava delle sue paure, delle sue incertezze, prigioniera del pensiero altrui, pensiero che giudica la tua vita, generando così una infinità di conflitti interiori che hanno fatto rinunciare alla libertà.

Conclude Zagrebelsky: “La libertà ha bisogno che ci liberiamo dei nemici che portiamo dentro di noi. Il conformismo, si combatte con l’amore per la diversità; l’opportunismo, con la legalità e l’uguaglianza; la grettezza, con la cultura; la debolezza, con la sobrietà. Diversità, legalità e uguaglianza, cultura e sobrietà: ecco il necessario nutrimento della libertà”.

Già, i nemici che portiamo dentro di noi, sono proprio loro i veri responsabili dell’incapacità di essere liberi.

Coraggio, ci vuole coraggio.

Andrea Sironi

Pubblicati gli articoli tredici, quattordici e quindici della Costituzione Italiana.

Articoli che fanno parte dei “rapporti civili”, quelli che tutelano la persona.

La Costituzione garantisce il pieno rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali che preesistono all’ordinamento giuridico, diritti che consentono ad ogni individuo di esercitare liberamente la propria responsabilità.

Questo non solo ai cittadini italiani, bensì a tutti, anche agli stranieri.

I tre articoli trattano rispettivamente la libertà personale, la libertà di domicilio e la libertà di corrispondenza e di comunicazione.

Per visualizzarli è sufficiente cliccare l’immagine nella barra a destra.

Andrea Sironi

“Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere”.

Bertolt Brecht