Riflessioni sparse a Sinistra

Il blog di Andrea Sironi

Antonio Gramsci sosteneva: “L’entusiasmo giustificabile è quello che accompagna la volontà intelligente, l’operosità intelligente, la ricchezza inventiva in iniziative concrete che modificano la realtà esistente”.

Volontà intelligente, quella che servirebbe oggi al nostro Paese.

Giusto per andare un po’ più in là, oltre quella “cortina di ferro” che divide speranze e sogni.

Per darsi semplicemente un futuro.

Andrea Sironi

Ieri, lo stabilimento Fiat di Termini Imerese ha chiuso ufficialmente e definitivamente i suoi cancelli, senza che la stampa ne abbia dato poi così un gran risalto, forse perchè troppo impegnata ad omologare un Paese intero al pensiero del neo-Premier Mario Monti.

Sta di fatto che l’ultimo atto di una parabola discendente, che ha devastato i diritti di tanti lavoratori, smantellando il senso di futuro ad intere famiglie è andato in scena.

Per tutta la notte i lavoratori hanno presidiato l’ingresso dello stabilimento, hanno acceso un focolare per scaldarsi, hanno messo di traverso le loro auto per impedire l’uscita di tir carichi di auto, le ultime che usciranno dallo stabilimento siciliano.

Aggrappati al nulla, all’inconsistenza della politica e della società civile, sottomessi alla ferocia del mercato.

L’ennesimo stabilimento che chiude, portando desolazione in un Paese sempre più alla deriva, anestetizzato, in balìa degli eventi e della rassegnazione.

Un focolare per scaldarsi in questa lunga e fredda notte, nella quale l’alba sembra non volersi affacciare per dare un po’ di conforto.

Andrea Sironi

Vi sono, certamente, pericoli di regressione, ma non tutto, certamente, è regressivo. Nella riproposizione dei problemi dell’individuo, per esempio, o nel riemergere di una complessa tematica etico-sociale, vi è anche il richiamo a questioni che non possono trovare risposta semplicemente attraverso la trasformazione delle strutture economiche o degli ordinamenti politici. Ricordo in proposito – anche perché, talvolta, sembriamo dimenticarcene – che proprio nel riferimento alla specificità di questi problemi sta una delle ragioni della nostra critica alle riduzioni economicistiche dell’analisi marxista.

Lo abbiamo sottolineato anche nelle tesi dell’ultimo Congresso, quando abbiamo scritto che nella nostra concezione «la trasformazione delle strutture è condizione basilare, ma che da sola non assicura i complessivi valori del socialismo e della libertà, né risolve tutti i problemi dell’uomo, né esaurisce le molteplici dimensioni dell’impegno umano».

Certo, è un errore che può essere molto pericoloso quello di credere o far credere che la politica o il partito possano costituire una risposta a tutti i problemi dell’uomo, o che sia loro compito creare «1′uomo nuovo»: abbiamo esplicitamente respinto ogni concezione mitologica e totalizzante e anche la concezione del partito come «prefigurazione» della nuova società.

Ma errore non meno grave – lo ripeto – sarebbe appiattire l’azione politica sui problemi dell’immediato, sulla pratica del piccolo cabotaggio, sulla routine del giorno per giorno: se si toglie all’impegno politico una proiezione e una tensione verso l’avvenire, se lo si riduce ai giochi di potere, a iniziative di corto respiro, a diplomatismi, a polemiche o a trattative e intese tra gli esponenti dei partiti, allora è evidente che si contribuisce ad aggravare una crisi di sfiducia e di disorientamento che ha già dimensioni allarmanti.

Al di là di questo ragionamento di carattere generale, occorre però vedere quali limiti di una certa concezione della politica siano messi in luce da questo spostamento di interesse verso il terreno etico o quello sociale. Mi pare chiaro, per esempio, che c’è un problema che subito viene in evidenza: è la crisi di una impostazione dirigistica e centralistica, che negli ultimi anni è apparsa in crescente difficoltà, sia nelle versioni statalistiche dei paesi di indirizzo socialista, sia nelle versioni programmatorie delle socialdemocrazie occidentali.

Da destra si cerca di rispondere – come si è visto – con il rilancio di una ideologia liberal-liberista. Ma rifiutare questa ultima posizione non significa però nascondersi i problemi che si pongono alla sinistra: fra questi problemi vi è, certamente, quello di una nuova articolazione del rapporto Stato-individuo-società, nonché quello di approfondire, anche alla luce delle differenti esperienze che a questo riguardo si sono compiute e si compiono, che cosa possano essere esperienze di gestione sociale che non siano impernia­te su un accentramento statalistico, come trovare nuovi rapporti tra programmazione e mercato.

Enrico Berlinguer – “Critica Marxista”, Aprile 1981

Vale la pena leggere le parole pronunciate qualche giorno fa da Paolo Savona, presidente del Fondo interbancario di tutela dei depositi ed ex ministro dell’Industria nel governo Ciampi. Savona, intervenuto al convegno “Quale futuro dell’Europa”, esprime dei concetti che spiegano chiaramente ed inequivocabilmente la situazione economico-sociale che il nostro Paese sta vivendo, ed una possibile via d’uscita.

La sua dichiarazione è la seguente: “L’Italia deve pensare ad un piano per uscire dall’euro, perchè i costi sociali per rimanerci potrebbero essere troppo alti da sostenere. I gruppi dirigenti del Paese hanno sì il dovere di avere un Piano A per l’Europa, e cioè come restare dentro l’euro ma anche un Piano B, cioè come uscirne, nel caso ci costi troppo sul piano sociale ed economico, in una nazione con 16 milioni di pensionati e 31 milioni di lavoratori.

Ora la Banca centrale europea ci ha strappato la sovranità fiscale ma senza darci alcuna garanzia politica. Noi insomma abbiamo un alto debito ma denominato in una moneta che non è la nostra, e che non possiamo stampare in caso di necessità. La classe dirigente dovrebbe valutare anche i costi alternativi alla situazione attuale che ci sta portando alla deflazione visto che la BCE ha solo poteri di stabilità finanziaria ma non di sviluppo, come la Federal Reserve americana.

Mi riferisco cioè ad un uscita dall’euro che certo causerebbe inflazione , ma ci permetterebbe anche di tornare a stampare moneta, fissare i tassi, stabilire il rapporto di cambio e andare verso un nuovo equilibrio complessivo. L’Italia è entrata in maniera troppo superficiale nel Trattato di Maastricht, e doveva e poteva fare come ha fatto l’Inghilterra: invocare la clausola che gli permetteva di non entrare anche nella moneta unica”.

Cosa aggiungere, se non la preoccupazione che gli attuali governi “tecnici” – che tra l’altro prospettano scelte puramente politiche – non siano in grado di andare oltre quella stringente dinamica globale dell’esclusivo risanamento dei conti pubblici, senza passare dall’indispensabile idea di sviluppo, senza la quale saremo tutti quanti costretti solamente a pagare, pagare errori di altri, che oggi, svuotando di significato gli impianti democratici, hanno assoggettato le sorti del futuro di interi Paesi.

Andrea Sironi

Quanto sia difficile declinare la “discontinuità” con il Governo Berlusconi mi pare palpabile.

Il discorso programmatico di Mario Monti mi ha, per certi versi, lasciato perplesso, specialmente – come ho già avuto modo di sostenere più volte – sull’uso della parola “equità”, la quale può esprimere tutto come esprimere nulla.

Certo, il forte senso delle istituzioni che è emerso, è importante ed è sicuramente un bene per tutti, del resto ci siamo disabituati ad un Governo sobrio senza quello sfrontato comportamento da avanspettacolo che ha caratterizzato la vita governativa degli ultimi anni.

Però non è sufficiente, non è auspicale che il senso di rinnovamento passi soltanto attraverso l’immagine, servono provvedimenti in grado di ridare futuro ad un Paese stravolto, servono segnali forti per invertire la rotta, per appianare le ingiustizie sociali e per far pagare la crisi, a chi la crisi l’ha generata ed alimentata con comportamenti “Anti-Paese”.

Al riguardo, nelle parole di Monti purtroppo, non si è appreso un forte segnale di rottura con il passato.

Penso alla patrimoniale in primis, per la quale ancora una volta sembra non esserci una scelta convinta nella sua proposizione come priorità nel risanamento delle finanze pubbliche, piuttosto che una forte tassazione sulle grandi rendite immobiliari. Monti ha parlato di una probabile reintroduzione dell’Ici sulla prima casa, un modo per aggravare la già alta pressione fiscale sul lavoro e sulle pensioni.

Monti ha parlato di lavoro, sostenendo una sua riforma per avere un sistema più equo, essendoci in Italia lavoratori “fin troppo tutelati”, in contrapposizione a tanti altri privi di ogni tutela, proseguendo poi con “l’intenzione di perseguire lo spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro, come ci viene chiesto dalle autorità europee e come già le parti sociali hanno iniziato a fare”.

Anche sull’aspetto del lavoro, mi sembra che queste dichiarazioni – attendendo sempre la concretezza dei provvedimenti che verranno – non diano una risposta capace di colpire le diversità, impostando così un sistema equo. Mi sembra un’opera di disgregazione del tessuto lavorativo, discriminando e colpevolizzando chi oggi può usufruire di sacrosante tutele. Lo sbilanciamento del sistema di diritti deve essere risolto con l’estensione degli stessi, non certo andando a revisionarne la qualità.

Equità verso l’alto, non verso il basso. Così come la salvaguardia di uno strumento importante quale è la contrattazione nazionale, la sola che può garantire un minimo di uniformità e tutele fra i lavoratori, senza la quale, potremmo assistere inermi all’instaurasi di un sistema di retribuzione fatto di conflitti e ricatti, molto più aspro di quanto lo è oggi.

Dunque tanti punti interrogativi su come verranno distribuiti i pesi dei sacrifici per risalire la china, in un momento dove la chiarezza di intenti è il massimo valore a cui possiamo aspirare.

Andrea Sironi

Giusto per comprendere meglio come la pensa – su alcuni punti cruciali – il nuovo Premier Mario Monti, di seguito lo stralcio di una sua intervista rilasciata al Corriere della Sera il 2 gennaio 2011: “Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili”.

A Voi il giudizio.

Andrea Sironi

E’ da giorni che sentiamo parlare di equità, ad ogni discorso pronunciato, la parola equità è lì a condire, a dare sapore, a suscitare speranze, ad invocare quella fiducia verso una nuova pagina istituzionale del nostro Paese, tanto vecchia quanto mistificatoria.

L’equità fa parte di un copione, di un fantasioso e illusorio copione per distorcere quello che in realtà sta accadendo, che nulla centra con essa.

Un sistema che la falsifica e la imprigiona in forme immutabili, quasi come un’epigrafe funeraria.

La storia del nostro Paese, lontana e recente, si è sempre basata sulla sperequazione. Il lavoro sempre messo alle strette, sempre attaccato da più fronti, sempre bersagliato da provvedimenti iniqui che hanno favorito la diversità, la discriminazione. Il welfare, vittima di sistemi che lo hanno sbranato a più riprese, immolando diritti imprescindibili in nome del profitto, il quale ha generato sempre profondi squilibri a danno dei più indifesi.

L’economia liberista post-moderna, fonda le proprie basi sulla disuguaglianza.

La finanza – che regola i più fini meccanismi di questo mostro speculativo dagli occhi dolci, che promette prosperità e futuro – lotta perchè non ci sia equità, quale sinonimo di un solido sistema sociale.

Essa è una forza uguale ma contraria al liberismo e al consumismo, i quali nutrono il congegno che sottende la proliferazione di sistemi discriminatori.

L’economia liberista post-moderna vive di asprezze, di diversità, senza le quali i suoi principali fondamenti non avrebbero nessun senso. I registi di questo sistema sono i grandi poteri economici, rappresentati da pseudo tecnici quali Mario Monti in Italia, piuttosto che Lucas Papademos in Grecia.

Il sistema ha affilato le armi, non è più sufficiente “pilotare” Governi, ora è il momento di governarli a piene mai, dissolvere la politica da ogni dove, e sradicare quel suo labile sentimento di comune solidarietà e lungimiranza. La strategia migliore per farsi gli anticorpi e per difendere i capitali da pericolose scelte politiche che sarebbero potute nascere.

Lo scippo della Democrazia rappresentativa è stato congeniato sapientemente, attraverso l’utilizzo di menzogne, di paure, di populismo ed individualismo.

I protagonisti di questo pezzo di storia, fatto di tante crisi strutturali, sono gli stessi che ora si spacciano per i rappresentati di una fantomatica idea di salvezza e rinnovamento, invocando ad ogni occasione “l’equità”, facendo perdere alla realtà la sua oggettività, ben diversa e diametralmente opposta, che si sgretola così nell’infinito vortice del relativismo.

Andrea Sironi

Una discontinuità, all’Italia serve un cambio di rotta radicale, in grado di alimentare nuove prospettive di giustizia sociale.

A cosa stiamo assistendo? Stiamo assistendo ad un teatrino quanto mai logoro, il garantismo del berlusconismo, quelle logiche che vanno a colpire a spada tratta i diritti di tanti per i privilegi di pochi.

Come sosteneva “il Che”: “Il popolo deve capire che non bisogna soltanto far cadere un dittatore, ma anche il sistema”.

Il sistema certo, quello finanziario, quello che vuole a tutti i costi sopraffare la politica, che non è e non deve essere fatta di soli numeri, di soli interessi monetari.

Un dittatore è caduto, il sistema no, anzi, ora ci governa ancora meglio.

Andrea Sironi

Il dado è tratto. Mario Monti – presidente europeo della Commissione Trilaterale, un gruppo di interesse di orientamento neoliberista fondato nel 1973 da David Rockefeller e membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg – diventerà, ormai quasi certamente, premier del nuovo Governo “tecnico”.

Alla fine il sistema finanziario, supportato dal mondo politico, non si capisce bene se lucidamente o no, è riuscito ad imporsi, un suo fedele rappresentante gestirà la ormai diventata “cosa privata”, la Repubblica Italiana, fatta e strafatta da interessi di una minoranza imperante che ha scippato ancora una volta la Democrazia.

La paura oltre che a fare novanta, sta permettendo lo svolgersi di eventi che stanno neutralizzando magistralmente il potere decisionale del popolo, fortemente plagiato dal “default”. A tal proposito, in un articolo apparso ieri sul quotidiano “La Repubblica”, veniva raccontato addirittura che nel giro di poche settimane non sarebbe stato più possibile recarsi al bancomat ad effettuare un prelevamento, tutto congelato dal fallimento.

Il “terrorismo” giornalistico che tifa l’avvento di un nuovo famigerato berlusconismo serve a generare consenso, serve ad alimentare il grande bluff che ci stanno propinando.

A supporto di ciò, un recente sondaggio promosso da “Demopolis” - riguardo la percezione dell’opinione pubblica nazionale sul tema della crisi finanziaria europea – ha fatto emergere che il 56% degli italiani crede che il rischio di essere una nuova Grecia è concreto, il 33% è consapevole delle profonde difficoltà che stiamo attraversando ma ritiene il nostro Paese ancora solido, ed infine 11% non risponde o non sa.

Alla fin fine la paura genera consenso, e loro lo sanno.

Andrea Sironi

Ci è sfuggita l’Italia, concretamente parlando, la politica ha definitivamente perso il suo ruolo chiarificatore. Nel limbo dell’inconcludenza ci sono finiti dentro praticamente tutti, anche chi, sembrava avere come obiettivo la rinascita del saper far politica.

Ora a decidere le sorti di un intero Paese è lo “spread”, il “differenziale”, la finanza, la speculazione, gli indici. Una atrocità che sta fagocitando tutto e tutti.

Le tante teorie in voga in questo momento, si sovrappongono una all’altra, quello che sosteneva la Sinistra ora lo sostiene anche la Destra e viceversa, il tutto confuso nella più totale sclerosi da emergenza.

I Veltroniani che insieme al mondo ecclesiastico invocano un Premier come Mario Monti, proprio oggi proclamato senatore a vita dal Presidente Napolitano. Insomma un Governo tecnico, disposto come sempre a sacrificare sull’altare della virtuosità di bilancio le fasce più deboli, oggi diventate maggioranza.

E poi ancora, il segretario del Pd Bersani, che sfrutta la ghiotta occasione di invocare il voto anticipato, togliendosi di mezzo una volta per tutte quel metodo tanto democratico che sono le Primarie, e con esse svuotando di significato un temibile avversario quale è Vendola, anche se, a quanto pare, Sel ci abbia ripensato, percorrendo anche lei la strada del voto anticipato.

Tanta, troppa confusione, confusione che ha annebbiato la vista a tutti, già compromessa dal mostro finanziario che oggi si aggira sul territorio nazionale, vigilando che l’austerità venga imposta per salvaguarare la ricchezza di una oligarchia che a tutti i costi vuole difendere il proprio patrimonio dalla crisi, buttando a mare interi popoli, diventati una zavorra.

Ci è sfuggita l’Italia e con essa, molto probabilmente, un pezzo di futuro non più immaginabile, se non dal punto di vista di una profonda sconfitta della ragione e della razionalità.

Andrea Sironi

Può considerarsi, in parte, una provocazione. Vale la pena leggere quanto scrive Paolo Barnard.

Andrea Sironi

– 

Presidente Berlusconi, per il bene dell’Italia, NON SI DIMETTA. 

Presidente, 

perdoni l’approccio informale. Sono il giornalista e autore Paolo Barnard, lavoro da due anni con il gruppo di macroeconomisti del Levy Institute Bard College di New York sulla crisi dell’Eurozona. Siamo guidati dal Prof. L. Randall Wray dell’Università del Missouri Kansas City, che coordina altri 10 colleghi inglesi e australiani. 

Presidente, è incomprensibile che Lei non scelga di salvare la nazione, e il Suo governo, rendendo pubblico che: 

a) l’Euro fu disegnato precisamente per affossare gli Stati del sud Europa, fra cui l’Italia. 

b) esistono responsabili italiani ed europei di questo “colpo di Stato finanziario di proporzioni storiche. (una definizione del tutto ragionata offerta dell’economista americano Michael Hudson) 

Presidente, dalle pagine del Financial Times, del Wall Street Journal e persino del New York Times, da mesi economisti del calibro di Martin Wolf, Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Nouriel Roubini, Marshall Auerback, Le stanno suggerendo la via d’uscita. A Parigi, l’eccellente Prof. Alain Parguez dell’Università di Besancon ne ha trattato esaustivamente. Wray e i suoi colleghi Mosler, Tcherneva e Hudson pure. Nel dettaglio, essi hanno scritto che: L’Italia è stata condannata a un’aggressione senza precedenti da parte dei mercati dall’operato dei governi di centrosinistra che La hanno preceduta, poiché essi hanno portato il nostro Paese nel catastrofico costrutto dell’Eurozona. Le famiglie italiane e il Suo governo non devono pagare per colpe non loro. Lei deve dire alla nazione ciò che sta veramente accadendo, e chi ci ha condotti a questo dramma.  

L’Euro fu pensato nel 1943 dal francese Francois Perroux con il dichiarato intento di “Togliere agli Stati la loro ragion d’essere“. La moneta unica è infatti un progetto franco-germanico da quasi mezzo secolo (Attali, Delors, Issing, Weigel et al.), col fine di congelare le svalutazioni competitive d’Italia e Spagna, e col fine di deprimere i redditi del sud Europa per delocalizzare in esso manodopera industriale per l’esclusivo vantaggio del Neomercantilismo franco-tedesco. 

Specificamente, la moneta unica: 

- Esclude un prestatore di ultima istanza sul modello Federal Reserve USA, proprio per portare la sfiducia dei mercati sui debiti dell’Eurozona.  

- I debiti dell’Eurozona non sono più sovrani, poiché l’Euro è moneta che ogni Stato può solo usare, non emettere, e che ogni Stato deve prendere in prestito dai mercati di capitali privati che lo acquisiscono all’emissione. L’Euro è moneta di nessuno, non sovrana per alcuno. 

- I due punti precedenti hanno distrutto il fondamentale più importante della macroeconomia di Stato, che è “Ability to pay“, cioè la capacità di uno Stato di onorare sempre il proprio debito emettendo la propria moneta sovrana. L’attuale aggressività dei mercati contro il nostro Paese (ed altri) è dovuta in larghissima parte proprio alla loro consapevolezza della nostra perdita di “Ability to pay”, la cui presenza è infatti l’unica rassicurazione che può calmare i mercati. Motivo per il quale il Giappone dello Yen sovrano, che registra il 200% di debito/PIL, non è da essi aggredito e ha inflazione vicina allo 0%. Motivo per cui l’Italia della Lira sovrana mai si trovò in condizioni simili al dramma attuale, nonostante parametri ben peggiori di quelli oggi presenti. 

- L’Euro è moneta insostenibile, disegnata precisamente affinché l’assenza radicale di “Ability to pay” nei governi più deboli dell’Eurozona inneschi un circolo vizioso di crisi che alimenta la sfiducia dei mercati che alimenta crisi. Non se ne esce, qualsiasi correttivo non altera, né mai altererà, questo fondamentale negativo, e i mercati infatti non si placano. 

- Le estreme misure di austerità per la riduzione del deficit di bilancio che vengono oggi imposte al Suo governo, sono distruttive per la Aggregate Demand di cui qualsiasi economia necessita per crescere. Sono cioè  il farmaco che causa la malattia, invece di curarla. Anche questo non accade per un caso. 

- Tali misure ci vengono imposte proprio perché il nostro debito pubblico non è più sovrano, a causa dell’adozione di una moneta non sovrana. Infatti, ogni spazio di manovra del Suo governo al fine di stimolare crescita e riduzione del debito attraverso scelte di spesa sovrana (fiscal policy), è stato annullato dall’adozione della moneta unica, che, ribadisco, l’Italia non può emettere come invece fanno USA o Giappone. Si tratta di una perdita di sovranità governativa senza precedenti nella storia repubblicana, e di cui le misure imposte dalla Commissione UE come il European Semester e l’Europact sono l’espressione più estreme, ma di cui noi cittadini e Lei paghiamo le estreme conseguenze

- L’Euro e i Trattati europei che l’hanno introdotto, sbandierati a salvezza nazionale dal centrosinistra, stanno, per i motivi sopraccitati, umiliando l’Italia, nazione che ha uno dei risparmi privati migliori del mondo, 9.000 miliardi in ricchezza privata, una capacità industriale invidiata dai G20, banche assai più sane della media occidentale, e parametri di deficit che sono inferiori ad altri Stati dell’Eurozona. Lei, Presidente, sarà il capro espiatorio, noi italiani ne soffriremo conseguenze devastanti per generazioni.  

Presidente, Lei deve e può denunciare pubblicamente la realtà di questa moneta disegnata per fallire. Lei può e deve smascherare le responsabilità del centrosinistra italiano e dei governi ‘tecnici’ in queste scelte sovranazionali catastrofiche. 

Presidente, il team di macroeconomisti accademici del Levy Institute Bard College di New York e dell’Università del Missouri Kansas City, sono coloro che hanno strutturato il piano Jefes che ha portato l’Argentina dal default al divenire una delle economie più in crescita del mondo di oggi. Essi sono a Sua disposizione per definire sia la strategia comunicativa che quella economica per salvare l’Italia, e il Suo governo, da un destino tragico e che non meritiamo.

In ultimo una precisazione di ordine morale. Presidente, io non sono un Suo elettore, e avrei cose dure da dire sul segno che la Sua entrata in politica ha lasciato in Italia. Ma non sono un cieco fanatico vittima della cultura dell’odio irrazionale che ha posseduto gli elettori dell’opposizione in questo Paese, guidati da falsari ideologici disprezzabili, come Eugenio Scalfari, Paolo Flores d’Arcais, Paolo Savona, e i loro scherani mediatici come Michele Santoro, Marco Travaglio e codazzo al seguito. Perciò come prima cosa mi ripugna che Lei sia bollato come il responsabile di colpe che Lei non ha, e che sono tutte a carico del centrosinistra italiano. Incolpare un innocente, per quanto criticabile egli sia, è sempre inaccettabile. Ma soprattutto, Presidente, se l’Italia verrà consegnata dal golpe finanziario in atto contro di noi, e da elettori sconsiderati e ignoranti, nelle mani del Partito Democratico, per noi sarà la fine. Sarà l’entrata trionfale a Roma dei carnefici del Neoliberismo più impietoso, sarà la calata della Shock Therapy su un popolo ignaro, cioè il saccheggio del bene comune più scientificamente organizzato di ogni tempo, quello che nell’Est europeo ha già mietuto più di 40 milioni di vite in due decadi, senza contare le sofferenze sociali inenarrabili che porta con sé.
 
I volti di Mario Monti, di Massimo D’Alema, di Mario Draghi, di Romano Prodi, dell’infimo Bersani, sono le maschere funebri di questa nazione, veri criminali e falsari di portata storica. Il cerimoniere complice si chiama Giorgio Napolitano.
 
Mi appello a Lei Presidente perché mi rendo conto che i miei connazionali non hanno la più pallida idea di ciò che il centrosinistra italiano ha già inflitto al nostro Paese, di ciò che gli infliggerebbe se salisse al governo, ma soprattutto di chi li guida dietro le quinte. Le eminenze grigie sono le elite Neoclassiche, Neomercantili e Neoliberiste, gente senza nessuna pietà.
 
Resista Presidente, affinché Lei possa usare il tempo che Le rimane per smascherare il “colpo di Stato finanziario” che sta travolgendo, fra gli altri, la nostra Italia. I mercati finanziari della “classe predatrice”, così ben descritta nella sua abiezione dall’americano James Galbraith, la odiano a morte, ci odiano a morte. Sia, Presidente, colui che piazza la mina nei cingoli della loro macchina infernale, rivelandone l’inganno chiamato Euro e Trattato di Lisbona. Gli italiani non lo faranno. Non ne sono capaci.
 
Paolo Barnard