Riflessioni sparse a Sinistra

Il blog di Andrea Sironi

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Correva l’anno 1986, quando il professor Franco Gallo, ex ministro delle Finanze e attuale vice presidente della Consulta, analizzò le ragioni teoriche, economiche e tributarie riguardo l’introduzione di una tassa patrimoniale nel nostro Paese.

Sono passati ben venticinque anni, e già allora, alcuni studiosi, avevano capito l’impossibilità di mantenere un sistema profondamente sbilanciato sulla tassazione del reddito delle persone fisiche.

Oggi, non si fa altro che continuare nella direzione sbagliata, perchè più facile da perseguire, perchè salvaguarda quei poteri rappresentati oggi da una folta schiera di ministri banchieri, con interessi che vanno ben oltre quelli del Paese, interessi personali che non si agganciano per nulla alla collettività e ad un percorso comune.

Il professor Gallo scrisse riguardo la patrimoniale: “trova la ragione d’essere nell’esigenza di colpire la ricchezza statica tenuta “oziosa” non collegata di per sé all’esercizio di un’attività produttiva”. Dunque, l’introduzione di un prelievo sul patrimonio è la stessa esigenza economica di “perseguire obiettivi di discriminazione qualitativa rispetto ai redditi più rischiosi, cui non corrisponde un patrimonio”.

Soffermandosi sulla capacità contributiva richiamata dall’articolo 53 della Costituzione, Franco Gallo rileva che se si accettasse la tesi secondo cui almeno per le imposte reali immobiliari la capacità ”è manifestata non tanto e non solo dalla capacità economica in senso stretto ma in termini più propriamente economico-finanziari dalla forza economica qualificata dal godimento dei pubblici servizi da parte del soggetto di imposta, la logica conseguenza giuridica sarebbe che il titolare di un patrimonio gode dei pubblici servizi molto più del reddituario o del consumatore. Egli quindi manifestando maggiore capacità contributiva dovrebbe essere assoggettato prima di ogni altro soggetto ad imposizione”.

Tassare chi oggi gode di privilegi, chi oggi detiene capitali senza investire in lavoro e futuro, semplice.

Già nel 1986 se ne parlava, e non sono certo chiacchiere da bar. Eppure appena si parla di “patrimoniale”, sembrano diventare tutti sordi, come se la tanto corteggiata parola “equità” svanisse nel nulla.

Ma l’equità non passa forse attraverso un carico tributario su una più ampia materia imponibile?

Ma l’equità non passa forse attraverso un assoggettamento delle rendite finanziarie e ad un conseguente minore carico sui bassi redditi e su quelli da lavoro?

Altri interessanti spunti sulla “famigerata” patrimoniale, si possono trovare leggendo l’intero articolo del professor Gallo, cliccando qui.

Andrea Sironi

Già si parla del dopo Monti, come se il suo mandato dovesse finire dopo domani, però si sa, i tempi politici oltre a essere grotteschi sono anche lunghi, indeterminabili e nella maggior parte dei casi pure inconcludenti, sia nella forma che nella sostanza.

La fine legislatura, che vede il ritorno alle urne, alla Democrazia sostanzialmente, si preannuncia già come uno stravolgimento dell’intero quadro politico, sempre che le indiscrezioni che vengono ventilate abbiano un fondamento, io penso di sì.

Pierferdinando Casini, in perfetto stile democristiano da prima Repubblica, secondo “Affaritaliani”, starebbe lavorando ad un progetto che porterebbe ad una fantomatica aggregazione fra Pdl, Pd e Terzo Polo, una coalizione in grado di bilanciare gli estremismi per una presunta affidabilità di Governo. Del resto la pagina politica che stiamo vivendo è proprio questa, una coesione fra i principali partiti per traghettare una manovra che nulla ha di equo, e che molto probabilmente non servirà a costruire un futuro nuovo.

Fuori Berlusconi ormai logoro, fuori Bersani ormai non più credibile su diversi aspetti e via libera ad un nuovo burattino. Come sostengono in molti, la manovra è quella di creare un grande “rassemblement” cristiano-popolare che faccia perno sull’Udc e che si allarghi ai cattolici di destra e di sinistra, eclissando quel poco che di Sinistra è rimasto, magari incorporando anche alcune anime di essa.

Per intenderci una balena bianca con il morbillo.

Sembra uno scoop, ma in realtà non lo è per niente, è una strategia chiara da tempo, appoggiata anche da alcune frange che si definiscono di Sinistra, ma che con essa non centrano nulla. Marini, importante esponente del Partito Democratico sosteneva qualche tempo fa: “noi dovremmo abbandonare il partito riformista per tornare a una sinistra per di più inquadrata nella gloriosa – lo dico senza ironia – socialdemocrazia europea? E’ una posizione bizzarra. O il segno di una leggerezza politica che ha toccato pure noi”.

Capite bene che il disegno strategico e perverso non è una novità, è se mai una profonda anomalia nella eticità di far politica, una disgregazione quasi totale di tutte le connessioni che la legavano una volta alla società, al senso di appartenenza.

Tale situazione, che molto probabilmente si attuerà senza troppi problemi di sorta, andrà a togliere quel poco di fiato che è rimasto alla già labile idea di costruire a Sinistra un campo nuovo di forze che vadano ben oltre l’esperienza degli attuali partiti, quali Pd, piuttosto che Sel o FdS.

Dunque, con molte probabilità, ci aspetta la Dc del terzo millennio, rivisitata nella forma, magari con l’aggiunta di qualche puntino rosso.

Andrea Sironi

Alla fine quello che doveva accadere è accaduto. La pesante scure è scesa inesorabile. L’austerity, quale soluzione ai mali del nostro Paese, è stata adottata con modalità quasi maniacali, ad opera di quella oligarchia tecnocratica, applaudita bipartisan, come salvatrice, come boccata di ossigeno.

Eppure una strada alternativa esiste, o meglio sarebbe esistita, se la Democrazia non fosse stata sepolta dal potere oligarchico che oggi governa l’Italia. Basti pensare all’Islanda, un piccolo Paese abitato da poco più di 320 mila abitanti, gli unici ad essersi ribellati al fallimento delle banche, ovvero istituti privati che poco o nulla centrano con lo Stato. Gli islandesi si sono opposti all’austerity a loro imposta con ben due referendum.

Gli islandesi si sono opposti ad un piano che avrebbe fatto pagare loro – al pubblico – debiti privati, non a caso il Presidente islandese in una intervista ha dichiarato: “la Costituzione islandese è basata sul principio fondamentale che il popolo è sovrano. E’ responsabilità del presidente far sì che la volontà del popolo prevalga“. Semplice e chiaro, un pensiero che non lascia dubbi o diverse interpretazioni. Il popolo è sovrano punto. La collettività non deve pagare le catastrofi di un sistema infame, senza etica e colluso con schemi distruttivi.

L’oligarchia dominante, lungimirante quanto astuta, ha ben pensato di evitare la “soluzione islandese” ad altri Paesi in difficoltà, Italia e Grecia per intenderci, impedendo alla Grecia di fare un legittimo referendum, sostituendo Papandreou con un oligarca ex vice Presidente della banca centrale Europea nonchè collega di Mario Monti, Lucas Papademos. In Italia invece, è stato sufficiente seppellire la Democrazia, cosa facile in un Paese annebbiato per un ventennio dai lustrini mediatici imposti da modelli spettacolari. Evitare le urne, propinando catastrofi di ogni genere, ed impostando un Governo tecnocratico, quale unica soluzione all’oblio.

Non è nostra responsabilità lo stato attuale, non è nostra responsabilità l’indomabile sperequazione della distribuzione della ricchezza.

Gli islandesi l’hanno capito, gli islandesi hanno capito che i sacrifici proposti per una fantomatica, quanto improbabile rinascita nazionale, non passano attraverso i feroci dazi da pagare ai sistemi bancari e finanziari. Questi sacrifici servono soltanto per alimentare un sistema perverso, denaro che scomparirà in breve tempo, bruciato ancora una volta da speculatori internazionali.

In tutto questo non c’è niente di buono, niente che possa servire ad impostare un nuovo modello di futuro, che ancora una volta ci è stato negato.

Andrea Sironi

Quanto sia difficile declinare la “discontinuità” con il Governo Berlusconi mi pare palpabile.

Il discorso programmatico di Mario Monti mi ha, per certi versi, lasciato perplesso, specialmente – come ho già avuto modo di sostenere più volte – sull’uso della parola “equità”, la quale può esprimere tutto come esprimere nulla.

Certo, il forte senso delle istituzioni che è emerso, è importante ed è sicuramente un bene per tutti, del resto ci siamo disabituati ad un Governo sobrio senza quello sfrontato comportamento da avanspettacolo che ha caratterizzato la vita governativa degli ultimi anni.

Però non è sufficiente, non è auspicale che il senso di rinnovamento passi soltanto attraverso l’immagine, servono provvedimenti in grado di ridare futuro ad un Paese stravolto, servono segnali forti per invertire la rotta, per appianare le ingiustizie sociali e per far pagare la crisi, a chi la crisi l’ha generata ed alimentata con comportamenti “Anti-Paese”.

Al riguardo, nelle parole di Monti purtroppo, non si è appreso un forte segnale di rottura con il passato.

Penso alla patrimoniale in primis, per la quale ancora una volta sembra non esserci una scelta convinta nella sua proposizione come priorità nel risanamento delle finanze pubbliche, piuttosto che una forte tassazione sulle grandi rendite immobiliari. Monti ha parlato di una probabile reintroduzione dell’Ici sulla prima casa, un modo per aggravare la già alta pressione fiscale sul lavoro e sulle pensioni.

Monti ha parlato di lavoro, sostenendo una sua riforma per avere un sistema più equo, essendoci in Italia lavoratori “fin troppo tutelati”, in contrapposizione a tanti altri privi di ogni tutela, proseguendo poi con “l’intenzione di perseguire lo spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro, come ci viene chiesto dalle autorità europee e come già le parti sociali hanno iniziato a fare”.

Anche sull’aspetto del lavoro, mi sembra che queste dichiarazioni – attendendo sempre la concretezza dei provvedimenti che verranno – non diano una risposta capace di colpire le diversità, impostando così un sistema equo. Mi sembra un’opera di disgregazione del tessuto lavorativo, discriminando e colpevolizzando chi oggi può usufruire di sacrosante tutele. Lo sbilanciamento del sistema di diritti deve essere risolto con l’estensione degli stessi, non certo andando a revisionarne la qualità.

Equità verso l’alto, non verso il basso. Così come la salvaguardia di uno strumento importante quale è la contrattazione nazionale, la sola che può garantire un minimo di uniformità e tutele fra i lavoratori, senza la quale, potremmo assistere inermi all’instaurasi di un sistema di retribuzione fatto di conflitti e ricatti, molto più aspro di quanto lo è oggi.

Dunque tanti punti interrogativi su come verranno distribuiti i pesi dei sacrifici per risalire la china, in un momento dove la chiarezza di intenti è il massimo valore a cui possiamo aspirare.

Andrea Sironi

Giusto per comprendere meglio come la pensa – su alcuni punti cruciali – il nuovo Premier Mario Monti, di seguito lo stralcio di una sua intervista rilasciata al Corriere della Sera il 2 gennaio 2011: “Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili”.

A Voi il giudizio.

Andrea Sironi

E’ da giorni che sentiamo parlare di equità, ad ogni discorso pronunciato, la parola equità è lì a condire, a dare sapore, a suscitare speranze, ad invocare quella fiducia verso una nuova pagina istituzionale del nostro Paese, tanto vecchia quanto mistificatoria.

L’equità fa parte di un copione, di un fantasioso e illusorio copione per distorcere quello che in realtà sta accadendo, che nulla centra con essa.

Un sistema che la falsifica e la imprigiona in forme immutabili, quasi come un’epigrafe funeraria.

La storia del nostro Paese, lontana e recente, si è sempre basata sulla sperequazione. Il lavoro sempre messo alle strette, sempre attaccato da più fronti, sempre bersagliato da provvedimenti iniqui che hanno favorito la diversità, la discriminazione. Il welfare, vittima di sistemi che lo hanno sbranato a più riprese, immolando diritti imprescindibili in nome del profitto, il quale ha generato sempre profondi squilibri a danno dei più indifesi.

L’economia liberista post-moderna, fonda le proprie basi sulla disuguaglianza.

La finanza – che regola i più fini meccanismi di questo mostro speculativo dagli occhi dolci, che promette prosperità e futuro – lotta perchè non ci sia equità, quale sinonimo di un solido sistema sociale.

Essa è una forza uguale ma contraria al liberismo e al consumismo, i quali nutrono il congegno che sottende la proliferazione di sistemi discriminatori.

L’economia liberista post-moderna vive di asprezze, di diversità, senza le quali i suoi principali fondamenti non avrebbero nessun senso. I registi di questo sistema sono i grandi poteri economici, rappresentati da pseudo tecnici quali Mario Monti in Italia, piuttosto che Lucas Papademos in Grecia.

Il sistema ha affilato le armi, non è più sufficiente “pilotare” Governi, ora è il momento di governarli a piene mai, dissolvere la politica da ogni dove, e sradicare quel suo labile sentimento di comune solidarietà e lungimiranza. La strategia migliore per farsi gli anticorpi e per difendere i capitali da pericolose scelte politiche che sarebbero potute nascere.

Lo scippo della Democrazia rappresentativa è stato congeniato sapientemente, attraverso l’utilizzo di menzogne, di paure, di populismo ed individualismo.

I protagonisti di questo pezzo di storia, fatto di tante crisi strutturali, sono gli stessi che ora si spacciano per i rappresentati di una fantomatica idea di salvezza e rinnovamento, invocando ad ogni occasione “l’equità”, facendo perdere alla realtà la sua oggettività, ben diversa e diametralmente opposta, che si sgretola così nell’infinito vortice del relativismo.

Andrea Sironi

Una discontinuità, all’Italia serve un cambio di rotta radicale, in grado di alimentare nuove prospettive di giustizia sociale.

A cosa stiamo assistendo? Stiamo assistendo ad un teatrino quanto mai logoro, il garantismo del berlusconismo, quelle logiche che vanno a colpire a spada tratta i diritti di tanti per i privilegi di pochi.

Come sosteneva “il Che”: “Il popolo deve capire che non bisogna soltanto far cadere un dittatore, ma anche il sistema”.

Il sistema certo, quello finanziario, quello che vuole a tutti i costi sopraffare la politica, che non è e non deve essere fatta di soli numeri, di soli interessi monetari.

Un dittatore è caduto, il sistema no, anzi, ora ci governa ancora meglio.

Andrea Sironi

Il dado è tratto. Mario Monti – presidente europeo della Commissione Trilaterale, un gruppo di interesse di orientamento neoliberista fondato nel 1973 da David Rockefeller e membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg – diventerà, ormai quasi certamente, premier del nuovo Governo “tecnico”.

Alla fine il sistema finanziario, supportato dal mondo politico, non si capisce bene se lucidamente o no, è riuscito ad imporsi, un suo fedele rappresentante gestirà la ormai diventata “cosa privata”, la Repubblica Italiana, fatta e strafatta da interessi di una minoranza imperante che ha scippato ancora una volta la Democrazia.

La paura oltre che a fare novanta, sta permettendo lo svolgersi di eventi che stanno neutralizzando magistralmente il potere decisionale del popolo, fortemente plagiato dal “default”. A tal proposito, in un articolo apparso ieri sul quotidiano “La Repubblica”, veniva raccontato addirittura che nel giro di poche settimane non sarebbe stato più possibile recarsi al bancomat ad effettuare un prelevamento, tutto congelato dal fallimento.

Il “terrorismo” giornalistico che tifa l’avvento di un nuovo famigerato berlusconismo serve a generare consenso, serve ad alimentare il grande bluff che ci stanno propinando.

A supporto di ciò, un recente sondaggio promosso da “Demopolis” - riguardo la percezione dell’opinione pubblica nazionale sul tema della crisi finanziaria europea – ha fatto emergere che il 56% degli italiani crede che il rischio di essere una nuova Grecia è concreto, il 33% è consapevole delle profonde difficoltà che stiamo attraversando ma ritiene il nostro Paese ancora solido, ed infine 11% non risponde o non sa.

Alla fin fine la paura genera consenso, e loro lo sanno.

Andrea Sironi

Ci è sfuggita l’Italia, concretamente parlando, la politica ha definitivamente perso il suo ruolo chiarificatore. Nel limbo dell’inconcludenza ci sono finiti dentro praticamente tutti, anche chi, sembrava avere come obiettivo la rinascita del saper far politica.

Ora a decidere le sorti di un intero Paese è lo “spread”, il “differenziale”, la finanza, la speculazione, gli indici. Una atrocità che sta fagocitando tutto e tutti.

Le tante teorie in voga in questo momento, si sovrappongono una all’altra, quello che sosteneva la Sinistra ora lo sostiene anche la Destra e viceversa, il tutto confuso nella più totale sclerosi da emergenza.

I Veltroniani che insieme al mondo ecclesiastico invocano un Premier come Mario Monti, proprio oggi proclamato senatore a vita dal Presidente Napolitano. Insomma un Governo tecnico, disposto come sempre a sacrificare sull’altare della virtuosità di bilancio le fasce più deboli, oggi diventate maggioranza.

E poi ancora, il segretario del Pd Bersani, che sfrutta la ghiotta occasione di invocare il voto anticipato, togliendosi di mezzo una volta per tutte quel metodo tanto democratico che sono le Primarie, e con esse svuotando di significato un temibile avversario quale è Vendola, anche se, a quanto pare, Sel ci abbia ripensato, percorrendo anche lei la strada del voto anticipato.

Tanta, troppa confusione, confusione che ha annebbiato la vista a tutti, già compromessa dal mostro finanziario che oggi si aggira sul territorio nazionale, vigilando che l’austerità venga imposta per salvaguarare la ricchezza di una oligarchia che a tutti i costi vuole difendere il proprio patrimonio dalla crisi, buttando a mare interi popoli, diventati una zavorra.

Ci è sfuggita l’Italia e con essa, molto probabilmente, un pezzo di futuro non più immaginabile, se non dal punto di vista di una profonda sconfitta della ragione e della razionalità.

Andrea Sironi