Riflessioni sparse a Sinistra

Il blog di Andrea Sironi

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In seguito ai contenuti della lettera del Premier Berlusconi inviata a Bruxelles, come si suol dire, se ne sentono di tutti i colori.

Il termine più usato è “modernità”, tante bocche che blaterano frasi insensate che ripetono “modernità” all’infinito.

“La modernità si ottiene attraverso la flessibilità”. “Le aziende non assumono perchè poi non riescono a licenziare il dipendente fannullone”. “Negli altri Paesi europei, la libertà di licenziare permette maggiori assunzioni”. Potrei continuare ancora, il filo conduttore è la menzogna, ancora una volta lo spettacolo e la chimera della fantomatica “modernità” si esplicano attraverso il semplice smantellamento del mondo del lavoro.

Di fatto si mandano al macello quarant’anni di storia, per appropriarsi della “modernità”. Ma di quale “modernità” vogliamo parlare? Ma su quale tipo di flessibilità vogliamo riflettere?

Quello che vogliono far credere non si chiama “modernità”, si chiama “regresso”, quello più aspro, perchè consapevole, consapevole di colpire i più deboli per appropriarsi di quella poca ricchezza che è rimasta in questo povero Paese saccheggiato da una classe politica e imprenditoriale vecchia, incapace di metabolizzare percorsi che contengano sì la “modernità”.

Per esempio favorire la cultura, l’innovazione, l’estensione dei più elementari diritti, spaccare l’enorme divario fra ricchezza è povertà, redistribuire il reddito.

Il tranello è ben escogitato, è perfettamente funzionale ai perversi obiettivi che ci porteranno in brevissimo tempo nel baratro.

Qualche anno fa, il poeta americano Bukowski si chiedeva: “Io ero in bancarotta, il Governo era in bancarotta, il mondo era in bancarotta. Ma chi cavolo li aveva, i fottuti soldi?”.

Oggi possiamo dare una risposta al quesito, ed è anche semplice, perché come diceva l’economista canadese J. K. Galbraith, “lo studio del sistema monetario è alla portata di qualsiasi persona curiosa e mediamente intelligente”. Secondo l’economista infatti, la scienza economica si servirebbe dell’apparente complessità della materia per allontanare le persone dalla verità; una verità che potrebbe compromettere l’attuale status quo perché, e questa volta cito H. Ford, “se il popolo comprendesse il reale funzionamento del sistema monetario ci sarebbe una rivoluzione entro domani mattina”.

I “fottuti” soldi sono imprigionati dalla menzogna della “modernità”, quella stessa che ogni anno obbliga i cittadini inconsapevoli a pagare le tasse per saldare gli interessi su un debito che non dovrebbe neppure esistere, e contemporaneamente li ingabbia nella precarizzazione più regressiva.

Capite ora perché siamo tutti in bancarotta e dove vanno a finire i “fottuti” soldi?

Andrea Sironi

E’ da tempo che la lotta di classe è cambiata, perdendo i suoi lineamenti più classici ed identificativi.

Personalmente l’ho sempre immaginata, e vissuta del resto, attraverso la cultura della mia famiglia, con cortei vocianti delle cosiddette “tute blu”, che sfilavano per le strade delle città, rivendicando i propri diritti.

Questa immagine, con il tempo si è scolorita, ricondotta ad un passato neanche più prossimo ma remoto.

Oggi invece, martedì 6 settembre, è successo qualcosa di importante, da tempo non succedeva, ovvero la riaffermazione di quella mia immagine, un fiume di metalmeccanici a Milano, Roma, Firenze e Palermo, dando così una vera prova di forza, esprimendo tutti i problemi che la nostra società ha davanti a sè, e sono molti.

Nonostante non ci siano più gli “attori” di qualche decennio fa, dissolti con la frammentazione del mondo del lavoro e della stessa società, e nonostante gli “ultimi”, quelli più deboli, più indifesi siano diventati una moltitudine di etnie, dai diversi usi e dai diversi costumi, che non potranno quasi certamente unirsi in una classe sociale omogenea, abbiamo assistito ad uno sciopero che ha chiaramente messo in piazza il problema più grande: come uscire da questa crisi senza distruggere lavoratori e famiglie.

Un nuovo respiro, una nuova voglia di mobilitazione non fine a se stessa, ma con l’impegno intellettuale di proporre una linea che abbia al centro la lotta alle diversità.

Andrea Sironi

Il Governo è riuscito a raggiungere uno dei suoi tanti obiettivi finalizzati allo smantellamento del mondo del lavoro. Con l’approvazione – da parte della Commissione Bilancio – dell’emendamento sulla deroga dell’articolo 18, le intese che verranno sottoscritte a livello aziendale o territoriale, andranno a stralciare il contratto nazionale e tutte quelle regolamentazioni nazionali, compreso lo Statuto dei Lavoratori.

Ciò vuol dire, che anche le aziende con più di quindici dipendenti potranno ricorrere all’utilizzo del licenziamento senza giusta causa, attraverso il via libera dei sindacati maggioritari in azienda. In sostanza, il sindacato potrà firmare con le aziende accordi per far licenziare i lavoratori.

Uno stravolgimento dei rapporti di lavoro, inaspriti all’inverosimile da normative che andranno a colpire i diritti, a sbilanciare ulteriormente le posizioni di potere, nelle quali il lavoratore è stato confinato nel punto più basso e più paludoso. Una pedina da poter muovere a piacimento dalle aziende, pedina che diventerà presto vittima di un sistema sempre più forte e sempre più responsabilizzato ad imporre tempi e metodi.

Un contesto nel quale la sicurezza – per esempio – ricoprirà un ruolo sempre più marginale, in quanto le aziende diverranno “precarie” in più aspetti, dove il ricatto mescolato alla paura sarà indiscusso.

A tal proposito, in Italia, analizzando i dati riguardo la sicurezza sul lavoro, si deduce che il brusco calo dell’occupazione e delle ore effettivamente lavorate, non ha determinato un decremento dei morti sul lavoro, dato questo, che esprime lucidamente le grandi dimensioni di un fenomeno estremamente trascurato e sottovalutato.

Uno studio dell’Osservatorio indipendente sulle morti sul lavoro di Bologna e dell’Osservatorio sicurezza sul lavoro della Vega Engineering di Mestre, illustra che nel primo semestre del 2011 sono morte sul lavoro 255 persone, contro le 218 dei primi sei mesi del 2010. Un aumento pari al 17%.

Secondo la ricerca i settori produttivi più colpiti sono l’agricoltura e l’edilizia, con rispettivamente il 38% e il 23,1% delle morti. Il drammatico primato spetta alla Lombardia con 37 vittime, seguita dall’Emilia Romagna con 22 vittime, poi il Piemonte e Veneto con 21 vittime, infine la Sicilia con 20 vittime e la Toscana con 19. Se dovessimo invece rapportare il numero dei morti al numero delle persone che realmente lavorano, la Regione più colpita sarebbe la Valle d’Aosta, con una incidenza sugli occupati pari a 53,2, contro una media nazionale di 15,6, secondo l’Abruzzo con un 32,4, terza la Basilicata con 21, quarto il Molise con 18,1 e quinto il Trentino con 17,1.

Il 6 settembre 2011 si scenderà in piazza per rispondere agli attacchi finora inferti al mondo del lavoro. Lo sciopero generale dovrà essere l’inizio di una mobilitazione più articolata, capace di dar vita ad una politica che rimetta al centro il complesso e destrutturato sistema dei rapporti di lavoro e della loro sicurezza, non solo in termini “temporali”.

Non è più accettabile che fra lo stipendio medio di un dirigente e la paga di un operaio ci sia una differenza di 356 euro al giorno. Non è più accettabile che  i disoccupati di lunga durata – cioè quelli con più di 24 mesi di disoccupazione – siano il 45% del totale. Non è più accettabile che gli “inattivi” – cioè quelli che hanno rinunciato alla ricerca di un posto di lavoro – siano il 10% della forza lavoro, percentuale doppia rispetto al resto d’Europa. Non è più accettabile morire di lavoro, in tutti i sensi.

Il lavoro deve riscoprire la sua essenza, la sua importanza strategica per il futuro della nostra Democrazia, attraverso una mobilitazione costruttiva e impegnata a fondare le basi di una nuova cultura.

Andrea Sironi

Il 28 giugno scorso, le tre sigle sindacali, Cgil, Cisl e Uil hanno firmato un accordo con Confindustria, che rappresenta un punto di svolta veramente preoccupante oltre che epocale.

Nove punti, generalmente fumosi e contradditori che lasciano ampio spazio di manovra alle industrie, attraverso un vasto rimodellamento della rappresentanza sindacale, della esigibilità dei contratti, e del diritto di sciopero.

La firma - accolta con enfasi sia dal presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, sia dal Ministro Giulio Tremonti, che l’hanno definita come un passo di importanza vitale per l’economia italiana – vede un profondo arretramento da parte della Cgil, su norme di democrazia del lavoro, arretramento duramente contestato dalla Fiom di Landini, questo fa presupporre future “frizioni” che indubbiamente andranno a ledere i già difficili rapporti fra le due sigle sindacali.

Ma ritornando all’accordo, sono, come scritto prima, nove punti che sostanzialmente deregolamentano i rapporti di lavoro, specialmente quelli che riguardano la contrattazione nazionale e il diritto di sciopero, dunque il trionfo della linea Marchionne, quella, per intenderci, del vertiginoso arretramento di diritti e garanzie conquistate in decenni di lotte in cambio di un non ben precisato sviluppo economico.

Primo aspetto, i lavoratori non saranno più chiamati a votare nè le piattaforme, nè gli accordi che li riguardano, i sindacati potranno sottoscriverli con le aziende, infatti il punto due dell’accordo recita: “le organizzazioni rappresentative possono fare accordi che diventano immediatamente esecutivi”. I lavoratori non possono pronunciare il proprio dissenso, il dialogo democratico fra le parti, già esiguo, è stato definitivamente azzerato.

Secondo aspetto - a mio avviso drammaticamente antidemocratico – è contenuto nel punto sette, il quale prevede che i contratti aziendali possono derogare il contratto nazionale con “specifiche intese modificative”, lasciando così soggetto al ricatto il mondo del lavoro, specialmente gli anelli più deboli, tutti i lavoratori delle micro-imprese per esempio.

Questo accordo sacrifica tutto quello che si può sacrificare, baratta diritti certi con ipotetici sfumature di sviluppo, fa vincere l’arroganza e la prepotenza di una industria incapace di reggere il passo in termini di ricerca e professionalità, piegata a semplici logiche di profitto, profondamente vulnerabile, instabile e miope.

Come possano averlo firmato non è dato capirlo, una cosa chiara, la sola forse, è l’isolamento dei lavoratori, considerati semplice pedine sia dagli industriali, sia da chi dovrebbe difenderli.

Andrea Sironi

Un paese senza futuro, conservatore e incosciente. È il ritratto dell’Italia che emerge dalla nona edizione del Rapporto sullo stato sociale presentato ieri in una tavola rotonda alla facoltà di Economia della Sapienza dove sono intervenuti, tra gli altri, il segretario della Cgil Susanna Camusso e il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua. Curato da Roberto Pizzuti, questo rapporto di oltre 400 pagine (pubblicato da Esselibri e Simone) squaderna la gravità della recessione in cui versa il Belpaese e spiega le ragioni per cui la «questione giovanile» deve essere ormai considerata come la «questione sociale» del nuovo secolo.

Unica in Europa, insieme a Grecia e Ungheria, l’Italia ha negato ai precari e agli autonomi, giovani e meno giovani, la flexicurity, il sistema che compensa la precarietà dilagante sul mercato del lavoro con un reddito di base. Per capire la gravità della situazione basta citare un dato: nel 2009 i collaboratori e i precari hanno presentato 10 mila domande di disoccupazione, l’80% sono state respinte per mancanza di requisiti.

A questa dura realtà se ne aggiunge un’altra forse più inquietante: la mancanza di una copertura previdenziale per chi lavora oggi con un contratto di collaborazione, a partita Iva o con una prestazione occasionale. Sono soprattutto i nati dagli anni Settanta in poi, e comunque tutti coloro che hanno iniziato a lavorare dopo la riforma contributiva del sistema previdenziale nel 1996, a trovarsi in questa situazione. Nel 2035, quando avranno raggiunto i requisiti, riceveranno una pensione inferiore a quella sociale (all’incirca 400 euro).

Il rapporto suggerisce alcune soluzioni per affrontare un’emergenza che la classe politica, di destra e di sinistra, continua ad ignorare: aumentare le aliquote contributive dei parasubordinati al 33%, come previsto per i dipendenti. A parere degli estensori del rapporto si eliminerebbero così le condizioni che incentivano le assunzioni precarie e il buco previdenziale a danno del lavoro stabilizzato. La segretaria Cgil Susanna Camusso ha accettato questa ipotesi perchè il lavoro flessibile deve costare di più di quello ordinario. «Ma bisogna fare attenzione – ha avvertito – nel lavoro precario la contribuzione la pagano direttamente i lavoratori». Pensare che i giovani (disoccupati al 30 per cento), le donne (a sud le disoccupate sono il 43,6 per cento) o le partite Iva (che già pagano il 27,2 di tasse) se lo possano permettere è «un’eresia». «Lo si può fare solo se l’aliquota è pagata dalle imprese» ha commentato Giuliana Carlino, capogruppo dell’Italia dei Valori in commissione Lavoro.

Visto che il sistema pubblico non garantisce la certezza della pensione, il rapporto sostiene che i fondi pensione privati potrebbero svolgere un ruolo aggiuntivo, ma non sostitutivo, per salvare il salvabile. Se la metà dei dipendenti rimasti lontani dalla previdenza integrativa versasse la contribuzione aggiuntiva all’Inps, ci sarebbero maggiori entrate pari all’1,4% del Pil, 20 miliardi all’anno, la metà della manovra che Tremonti sta preparando per l’autunno. Al momento però realizzare questa idea è difficile perché solo il 23% dei dipendenti ha fatto questa scelta, mentre per i precari il problema non si pone per i costi eccessivi. «È un dato preoccupante che non fa bene al futuro delle giovani generazioni – ha affermato il presidente dell’Inps Mastrapasqua – Se l’adesione è il 23% in Italia e il 91% in Europa vuol dire che qualcosa non funziona. C’è bisogno di maggiore competizione nelle previdenza integrative». Nessuna parola è stata pronunciata sullo scandalo della gestione separata, l’unica cassa dell’Inps in attivo che serve a finanziare le altre gestioni e una parte dei 19,3 miliardi di euro necessari per pagare la cassa integrazione per 350 mila persone, ma non le pensioni dei precari e degli autonomi.

Nel ritratto di un paese che ha negato fino ad oggi l’esistenza della «questione sociale», salvo poi accorgersi di trovarsi sull’orlo del baratro, uno spazio particolare viene riservato al taglio delle risorse destinate all’istruzione primaria e a quella universitaria. La spesa complessiva è oggi pari al 4,5% del Pil (la media europea è del 5,3), mentre gli iscritti all’università diminuiscono al ritmo di 45 mila all’anno. Tra il 2012 e il 2014 le «minori spese» della manovra di Tremonti porterà questa cifra al 3,7% e nel 2030 al 3,2. Il progetto del governo Berlusconi è insomma quello di liquidare l’istruzione pubblica adeguandosi alla tendenza di un sistema produttivo più che in crisi, in rotta, e di un mercato del lavoro dove il 30,3% dei laureati ha una formazione eccessiva rispetto al lavoro che svolge. L’Italia resta al penultimo posto in Europa per numero di laureati. A questi giovani non riconosce alcun diritto alla casa e, nel frattempo, ha decurtato l’80 per cento dei fondi destinati alle politiche sociali.

Roberto Ciccarelli

Da una analisi condotta dall’Istat sulla struttura produttiva del nostro Paese, si scopre che sul territorio italiano operano 4,5 milioni di imprese, che occupano un totale di 17,5 milioni di persone.

Se questi 4,5 milioni di imprese vengono suddivisi in base al numero di lavoratori, si ottiene che 4,3 milioni di imprese italiane danno lavoro a meno di dieci addetti, pari a circa al 95% del totale, impiegando più di otto milioni di persone, pari a quasi il 50% del totale dei lavoratori.

Proseguendo, le imprese che impiegano una forza lavoro fra i dieci e i 249 dipendenti sono 225 mila per un totale di sei milioni di persone. Le realtà industriali con oltre 250 dipendenti sono poco più di 3700, impiegando un totale di 3,5 milioni di lavoratori.

Il tessuto industriale italiano è caratterizzato da “micro-imprese” che occupano meno di dieci lavoratori, dunque piccole realtà, c’è da dire che i dati Istat non esprimono il tanto lavoro sommerso, più facilmente usufruibile dalle piccole che dalle grandi aziende, comunque attenendosi a questa fotografia proposta dall’Istat è facilmente comprensibile la spinta di Confindustria di abolire la contrattazione nazionale.

Abbandonare il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, significherebbe generare una giungla talmente frammentata capace di causare delle disparità veramente rilevanti. Pensate alla nullità del potere contrattuale che possono esercitare due, tre, quattro o nove lavoratori nei confronti di una azienda, magari familiare, magari vittima anch’essa del mercato globale, dove le piccole realtà sono sempre più spesso fagocitate dalle grandi.

A questo proposito il vice-presidente di Confidustria, Bombassei, è recentemente ritornato sul tema contrattuale, augurandosi una rapida conversione da quello nazionale a quello aziendale.

Ormai è stato detto e stradetto, in tante salse, le chimere che declamano enormi migliorie che verranno dopo lo smantellamento del CCNL sono delle colossali bugie.

Frammentare la contrattazione significa semplicemente indebolire ulteriormente la posizione dei lavoratori di fronte alle aziende, rendendoli più ricattabili e sempre più obbligati ad accettare imposizioni aziendali e più in generale azzerare anche la funzione sindacale, già da tempo derubricata a semplice agenzia di servizi fiscali.

Dunque frammentare significa azzerare tutte le conquiste del novecento, tutti quei diritti che hanno fatto crescere la società civile.

Il ruolo della Sinistra in questo campo, il campo del lavoro, deve essere fondamentale, deve avvolgere il più possibile la società, le culture, le determinazioni dei lavoratori, deve intercettare il disagio, espresso in tanti modi e presente nella vita di tutti i giorni in molteplici aspetti.

Insomma servono progetti, quelli che vanno oltre, oltre l’oggi, oltre l’emergenzialità, per spazzare via il regresso travestito da indolente progresso, che viene sempre proposto ad ogni occasione.

Andrea Sironi

Donne, madri, i dati che l’Istat ha pubblicato nel rapporto “La situazione del Paese nel 2010″ parlano di loro. Il rapporto analizza il contesto donna-lavoro, un contesto alquanto difficile, caratterizzato spesso e volentieri da discriminazioni e ricatti di vario genere, specialmente quando si è madri o lo si sta diventando.

I dati Istat evidenziano che ben ottocento mila neo-mamme – nel biennio 2008/2009 – sono state costrette a lasciare il lavoro, perchè licenziate o messe nelle condizioni di farlo. Una neo-mamma ovviamente ha necessità e disponibilità di tempo diverse, accudire un bambino necessita oltre che maggiori disponibilità economiche anche una maggiore disponibilità di tempo, quindi anche di assenze dal lavoro.

Questo fenomeno è in crescita, più accentuato al sud del Paese, colpisce una percentuale di poco inferiore al nove per cento del totale delle madri che necessitano di lavorare anche dopo una gravidanza, la situazione dunque è molto preoccupante.

Proseguendo la lettura del rapporto Istat, si deduce che chi subisce l’allontanamento forzato dal lavoro sono soprattutto le nuove generazioni rispetto a quelle più anziane, 13,1% contro il 6,8%, le residenti nel sud del Paese con un 10,5% e il 10,4% delle donne con titoli di studio bassi.

In aggiunta, soltanto il 40,7% riesce a ricollocarsi, a quali condizioni non è dato saperlo, anche se è possibile immaginarlo.

Uno scenario che fa rabbrividire, in un Paese dove si spende sempre meno per le politiche di sostegno alle famiglie, dove si tagliano fondi per la scuola e per la sanità, favorendo il privato, favorendo soltanto chi ha possibilità economiche.

L’Italia investe soltanto 1,1% del PIL per la famiglia e l’infanzia, diventando di fatto una nazione vecchia, senza futuro e senza cultura, dove i giovani ahimè sono diventati un esercito immobile, rassegnati da un destino non ben definito.

Per dare un nuovo valore alla vita umana, è necessaria una politica destinata a sostenere concretamente le famiglie, con solide politiche sociali, che investano in strutture pubbliche, quindi più asili nido, più scuole, più servizi per l’infanzia, più servizi per i nuclei famigliari e più possibilità per chi vuole formare una nuova famiglia, anche attraverso il mantenimento del posto di lavoro da parte delle neo-mamme.

Più parità di genere reale che formale.

Andrea Sironi

Ricevo e pubblico, una interessante lettera dei lavoratori della ormai ex acciaieria ThyssenKrupp di Torino.

Quando la politica è “distratta”, compie danni che lasciano solchi nel Paese.

Andrea Sironi

Alla vigilia del voto per il rinnovo del Sindaco e del Consiglio Comunale della nostra Città denunciamo senza mezzi termini la grave discriminazione che noi lavoratori ThyssenKrupp costituiti Parte Civile nel processo per la strage del 6 dicembre 2007 che ha ucciso in modo atroce i nostri 7 compagni di lavoro, stiamo oramai subendo da tre anni.

L’Azienda ha ricollocato soltanto i lavoratori non costituiti Parte Civile nel processo, comportamento prevedibile da parte di chi non si vergogna di risparmiare denaro mettendo in grave pericolo la vita dei lavoratori, corrompe testimoni, irride al dolore delle famiglie minimizzando responsabilità e mancanze gravissime in una delle peggiori stragi sul lavoro degli ultimi decenni.

Chiamparino e il suo Vice nonché Assessore al Lavoro T. Dealessandri hanno agito allo stesso modo vergognoso adottato dalla ThyssenKrupp: ricollocando in Amiat (ex municipalizzata) solo i lavoratori della ThyssenKrupp non costituiti Parte Civile nel processo!

Una discriminazione vergognosa da parte del Comune, che da questa vicenda, senza mai aver presenziato ad una udienza, se non in particolari udienze di richiamo “mediatico”, ha ricavato ben un milione di euro. Vigileremo su come questi soldi verranno utilizzati: se per creare posti di lavoro o dispersi inutilmente in consulenze varie e finte borse di studio.

In questi giorni a molti cittadini torinesi è stata recapitata una lettera da parte del PD che invita a votare per Piero Fassino, “un dirigente che vuole far diventare Torino una grande capitale del lavoro, dello sviluppo, dell’ambiente, della cultura e soprattutto della fraternità, delle donne e dei giovani”.

Abbiamo chiesto a tutti candidati Sindaco di incontrarci per chiedere un impegno e fare chiarezza su questa vicenda: siamo stati ricevuti da A. Musy e J. Bossuto, che hanno garantito un impegno in tal senso, qualsiasi incarico ricopriranno dopo le elezioni.
Piero Fassino, che vuole rendere Torino una “capitale del lavoro”, ci ha promesso da un mese un’incontro, di fatto negato dal suo Ufficio Stampa e addirittura utilizzando meschinamente il nostro ex-compagno di lavoro, l’ On. del PD Antonio Boccuzzi, illudendosi di tenerci buoni con la falsa promessa che prima o poi ci avrebbe dato “udienza”.

A questo punto è lecito pensare che la continuità di Fassino con Chiamparino stia nel perpetrare questa discriminazione vergognosa nei nostri confronti, inaccettabile e discutibile anche sul piano legale. Il voto è una cosa seria, non si da con leggerezza e deve essere dato a persone che dimostrano nei fatti di meritare fiducia e credibilità da parte dei cittadini.

Noi operai costituiti Parte Civile in questa battaglia ci abbiamo messo la faccia e la sentenza ci ha dato ragione: non si può pensare di risparmiare sulla sicurezza cagionando delle vittime e non voler pagarne le conseguenze; così come non si può pensare di parlare di impegno sulla sicurezza e per il lavoro, discriminando di fatto i lavoratori, addirittura non volendo nemmeno incontrarli, preferendo la sagra dell’orecchietta!

Pretendiamo un posto di lavoro sicuro e dignitoso come avvenuto per gli altri lavoratori ThyssenKrupp ricollocati dal Comune di Torino.

Il flash mob dell’altro ieri non è che l’inizio di una mobilitazione che avrà fine solo con la ricollocazione “congrua” (come da accordo tra Azienda ed Enti locali) di tutti i lavoratori finora discriminati.

Candidato avvisato mezzo salvato…

Torino, 12 maggio 2011
Lavoratori ThyssenKrupp

Angelo Laurino, Antonio Schiavone, Bruno Santino, Roberto Scola, Rocco Marzo, Giuseppe Demasi e Rosario Rodinò, questi i nomi dei sette operai morti alla ThyssenKrupp nella notte fra il cinque e il sei dicembre 2007, a seguito di uno sversamento di olio bollente che ha provocato un vasto incendio sulla linea 5 dell’acciaieria torinese.

Morti per mezzo dell’incuria e della mercificazione del lavoro, morti per mano di una azienda che ha guardato al semplice profitto, non investendo nella sicurezza e nel patrimonio umano che si chiama lavoratore. Le indagini, chiuse in tempi brevi, portano al rinvio a giudizio per sei dirigenti dell’acciaieria, il presunto reato è omicidio volontario con dolo eventuale e incendio doloso.

Dal dispositivo del giudice si leggeva: “pur rappresentadosi la concreta possibilità del verificarsi di infortuni anche mortali, in quanto a conoscenza di più fatti e documenti” e “accettando il rischio del verificarsi di infortuni anche mortali sulla linea 5″, i dirigenti avrebbero “cagionato” la morte dei sette operai omettendo “di adottare misure tecniche, organizzative, procedurali, di prevenzione e protezione contro gli incendi”.

Il processo comincia nel gennaio del 2009, nel corso del quale emergono via via particolari inquietanti riguardo le procedure di sicurezza praticamente inesistenti.

Poco meno di un mese fa è arrivata la sentenza di primo grado della seconda corte d’assise di Torino, che ha condannato l’amministratore delegato della ThyssenKrupp, Harald Espenhahn a 16 anni e mezzo di reclusione per omicidio volontario, Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza, Giuseppe Salerno, responsabile dello stabilimento di Torino, Gerald Priegnitz e Marco Pucci, membri del comitato esecutivo dell’azienda, sono stati condannati a 13 anni e 6 mesi per omicidio e incendio colposi (con colpa cosciente) e omissione delle cautele antinfortunistiche. Daniele Moroni, membro del comitato esecutivo dell’azienda, è stato condannato a 10 anni e 10 mesi.

Pochi giorni fa, a Bergamo, durante l’assemblea di Confindustria, la platea ha salutato calorosamente con un applauso l’amministratore delegato della ThyssenKrupp, Harald Espenhahn. Un applauso che fa male, oltre che alle vittime e ai loro familiari, fa male anche al Paese.

Siamo stanchi di vedere morti sul lavoro senza dignità e senza una giustizia che vada oltre le aule dei tribunali, una giustizia che passi attraverso la ragione e le coscienze.

Applaudire un assassino – come sostiene l’associazione “Legami d’Acciaio”, che riunisce i familiari delle vittime ed ex operai ThyssenKrupp Torino – dimostra “un cinico disprezzo verso la vita dei lavoratori”.

Andrea Sironi

Di nuovo il dualismo “lavoro ad ogni condizione o il nulla”.

Questa sembra essere la “normalità”, tutti ripiegati in una logica emergenziale dettata da un sistema economico e politico che interpreta il passato come un innovativo futuro.

Vittime di questo dualismo sono i lavoratori delle ex Carrozzerie Bertone, che in un referendum – pur dissentendo dalle politiche industriali del gruppo Fiat – hanno deciso di votare sì, votare sì al piano di investimento presentato da Fiat che impone contratti individuali, dettando tempi e metodi, modellando a proprio uso e consumo i diritti dello stesso codice civile, tutto in nome di una non ben chiarita, almeno per me, “produttività”.

Hanno votato a favore 886 lavoratori contro 111 contrari, una maggioranza schiacciante che verrà sicuramente strumentalizzata dal gruppo del Lingotto per avvalorare ancora di più un piano industriale e un piano di investimenti che di fatto non esiste.

Gli unici investimenti riguardano le relazioni industriali ricattatorie, piuttosto che la sistematica repressione dei sindacati e dei lavoratori che si oppongono alla scelleratezza delle intenzioni di Marchionne.

L’epilogo della storia delle ex Carrozzerie Bertone – acquistate dalla Fiat nel 2009 ad un prezzo stracciato – è destinata a non valorizzare il Paese Italia, inserendosi nella logica di esportazione di tutto ciò che si chiama “lavoro”. 

I lavoratori, in un periodo di crisi economica, ormai diventata sistemica, e con alle spalle anni di cassa integrazione, hanno scelto di lavorare a qualsiasi condizione. La scelta tra lavoro e diritti, così esasperata non lascia spazio di trattativa, non lascia respiro, distrugge e basta.

Di lavoro si vive, troppo spesso però si muore.

Andrea Sironi

Occupazione di nuovo in calo.

Secondo i dati Istat, a febbraio, sarebbe diminuita dello 0,7% rispetto allo stesso mese del 2010. Considerando i lavoratori in cassa integrazione, si arriva a un calo dello 0,3% su base tendenziale, mentre l’occupazione è rimasta immobile sul piano congiunturale.

Sempre secondo l’Istat, l’occupazione nelle grandi imprese dell’industria su base mensile scende dello 0,1% al lordo della cassa integrazione.

Il primo maggio è passato, le piazze sono state riempite da molti lavoratori che hanno chiesto ancora una volta nuove politiche che abbiano al centro il lavoro, sempre più snaturato nella sua funzione e sempre più dimenticato.

E’ ora di muoversi.

Andrea Sironi