Riflessioni sparse a Sinistra

Il blog di Andrea Sironi

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Una profonda discesa, inesorabile, per arrivare a zero.

Questo è l’andamento dei fondi statali destinati al sociale. Fondi che negli ultimi tre anni sono diminuiti paurosamente di una percentuale pari all’ottanta per cento, passando da 2 miliardi e 526 milioni di euro nel 2008 ai 349 milioni nel 2011 con un trend sempre in diminuzione, infatti secondo il bilancio di previsione, scenderanno a 271,6 milioni nel 2013.

Il fondo per le politiche della famiglia è passato da 346,5 milioni a 52,5 milioni, il fondo pari opportunità da 64,4 a 2,2, il fondo politiche giovanili da 137,4 a 32,9, il fondo infanzia e adolescenza da 43,9 a 40, il fondo politiche sociali da 929,3 a 75,3, il fondo affitto da 205,6 a 33,5, il fondo servizio civile da 299,6 a 113.

Per non parlare dei tre fondi che sono stati addirittura azzerati, quello per la non-autosufficienza, quello dell’inclusione degli immigrati e quello dei servizi all’infanzia.

Cifre allucinanti, un Paese sostanzialmente immobile, dove la ricchezza è detenuta da poche persone e dove la crisi viene come al solito “socializzata” o meglio “scaricata” addosso al bisogno di unità abitative, al bisogno di una maggior integrazione, al bisogno di sostegno economico alle tante persone in difficoltà.

Una politica che va in controtendenza ai molti disagi che vive l’Italia, vecchi e nuovi. Sì, perchè ai vecchi problemi mai risolti se ne sono aggiunti altri, ancora più difficili da gestire, quasi insormontabili senza un sostegno determinabile da politiche sociali che abbiano una effettiva incidenza nella società.

Formulare una nuova capacità di visione è quanto mai urgente, in accordo anche con i risultati elettorali delle recenti elezioni amministrative.

Il cambiamento deve essere imminente, l’alfabeto di una alternativa al mondo di infelici che il capitalismo ha creato e continua a creare servendosi anche dell’aggressione finanziaria è una risposta positiva alle tante vertenze aperte, rinnovamento che deve partire a livello locale, con le nuove amministrazioni, più attente alla società civile e a quello che esprime in forma di disagio.

Andrea Sironi

Rallenta la crescita economica dei Paesi Ocse nel quarto trimestre del 2010: e il nostro Paese va peggio degli altri. Nel G7, la crescita più alta è quella registrata in Germania (+4,0%) e la più bassa in Italia (+1,3%). Per l’intero 2010 la crescita del Pil nell’area Ocse è stata pari al 2,9% (+3,5% nel 2009).

Complessivamente, il Pil dell’area ha messo a segno un rialzo dello 0,4% contro il +0,6% del trimestre precedente. Lo rende noto la stessa organizzazione parigina, specificando – appunto – che in Italia la crescita rallenta allo 0,1% rispetto allo 0,3% del terzo trimestre 2010, in Germania allo 0,4% dopo il +0,7% del trimestre precedente e in Francia resta stabile allo 0,3%. Subisce una contrazione la crescita economica in Giappone (-0,3%) e in Gran Bretagna (-0,5%). Accelera quella degli Stati Uniti: +0,8% rispetto a +0,6% del terzo trimestre.

L’Italia dunque fra uno scandalo e l’altro non pensa al proprio futuro, non pensa ad uno sviluppo sostenibile capace di dare un nuovo vero slancio economico.

Le poche ed insufficienti proposte servono soltanto a tamponare falle senza dare garanzia di continuità.

Andrea Sironi

“Pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza”.

Enrico Berlinguer

Una recente ricerca della Cgia di Mestre, ancora una volta evidenzia le tante anomalie dei sistemi di imposizione fiscale e di stato sociale del nostro Paese.

La ricerca confronta tre paesi: l’Italia, la Francia e la Germania. I risultati emersi non sono molto confortanti per noi italiani, soprattutto per chi le tasse le paga per davvero, infatti in Italia si versano in media 7.350 euro per riceverne in welfare 8.023, in Francia si versano 7.438 euro per riceverne 10.776, in Germania invece si versano 6.919 euro per riceverne 9.171. Il quadro delineato è molto chiaro, gli italiani pagano più tasse per ricevere meno servizi, situazione che di fatto crea una molteplicità di sperequazioni ed ingiustizie sociali che hanno raggiunti dei livelli veramente insopportabili.

Noi italiani, paragonati ai francesi, paghiamo 88 euro in meno di tasse, ma per ricevere in welfare ben 2.753 euro in meno, paragonati ai tedeschi paghiamo 431 euro in più per ricevere 1.148 euro in meno. Quindi l’Italia è fra i tre Paesi il fanalino di coda riguardo la protezioni delle fasce più deboli di una società in estrema difficoltà, dove si registra una disoccupazione dilagante, bassi salari e un precariato cronicizzato al limite di una rottura della stessa coesione sociale.

In Italia non esiste nessun valido sostegno che sia veramente di aiuto alle giovani coppie, agli anziani, ai disabili, alle famiglie in difficoltà, penso all’acquisto di una casa, penso al mantenimento di bambini e cosi via, l’elenco potrebbe dilungarsi a dismisura.

Ma in questo Paese non si pensa allo stato sociale, si pensa allo scudo fiscale, al processo breve, si pensa ad imbrigliare l’informazione, a manipolare la giustizia, a salvare i corrotti e i corruttori, il tutto aggrappato ad una economia sommersa che fa pagare sempre ai soliti, quelli più deboli ed indifesi.

Questa è una Italia senza futuro, senza la ben che minima prospettiva che dia un vero rilancio, una vera rinascita capace di appianare le innumerevoli discrepanze che caratterizzano la vita quotidiana di tutti noi. Oggi, ancora di più, è necessaria una politica che faccia un “porta a porta”, ovvero il coraggio di bussare per ridare una speranza, per proporre un nuovo modello di società meno individualista, più altruista, più giusta e con una marcata propensione a disgregare quella competizione fiscale e sociale rivolta sempre più verso il basso.

Coraggio dunque di lasciare il passato per impadronirsi del futuro.

Andrea Sironi

Parliamo ancora di giovani, quella fascia di età che dovrebbe essere la fabbrica del futuro, dove poter progettare il domani, sviscerare passioni e ideali. Purtroppo quella fabbrica è chiusa da diverso tempo.

L’involuzione di questa società non lascia spazio al progetto, ne lascia parecchio invece alla contingenza, all’urgenza, al vivere giorno per giorno. Non posso pensare ed organizzarmi oltre un certo numero di giorni. Questo è il problema, non aver la possibilità di guardare avanti, di guardare oltre un determinato spazio temporale, a causa di un modello sociale e politico che lo ha imposto a forza, disgregando tutto ciò che ruota intorno al quotidiano.

Il “Rapporto sul mercato del lavoro 2009/2010″ del Cnel, presentato ieri, parla chiaro: di giorno in giorno le penalizzazioni che i giovani subiscono dal mercato del lavoro aumentano sempre più. Trovare occupazione per chi a meno di venticinque anni è tre volte superiore ad altre fasce. Questo dato fa rabbrividire e fa pensare a quale non-futuro siano destinati i giovani.

I “fortunati” che hanno un lavoro oggi, sono per lo più precari, con contratti definiti “flessibili”, con stipendi nettamente inferiori alla media degli altri paesi europei, in più sono i primi a subire le conseguenze di crisi economiche, essendo l’anello più debole della catena. Se ne sente parlare e scrivere talmente tanto che sembra quasi essere la normalità di oggi, e per la quale si è persino stanchi di scandalizzarsi.

La precarizzazione lavorativa, si riflette anche inconsapevolmente sull’identità del giovane, che smarrisce quella carica deputata alla crescita ed alla consapevolezza del valore della vita.

Una società che non fornisce opportunità, non può essere tale. Una politica incapace di pensare a nuove logiche ed a nuovi percorsi per i giovani, non può definirsi tale. Ecco perchè oggi, più di ieri, necessitiamo tutti di una spinta in avanti, di una spinta verso il futuro, attraverso una nuova percezione di essere giovane.

La politica dovrà fornire al più presto gli strumenti necessari per costruire una traiettoria capace di considerare il giovane per quello che in realtà è, ovvero il domani, ovvero un pezzo d’Italia che affronterà il nuovo mondo.

Le nuove generazioni hanno in loro una straordinaria portata strategica che non va assolutamente dispersa in rassegnazione ma va aiutata a crescere e a svilupparsi, perchè chi investe in loro, determinerà un miglioramento del nostro Paese, costretto oggi a rimanere fermo da politiche regressive.

Andrea Sironi

A un certo punto il potere ha avuto bisogno di un tipo diverso di suddito, che fosse prima di tutto consumatore [...]. La classe dominante ha scisso nettamente «progresso» e «sviluppo». Ad essa interessa solo lo sviluppo, perché solo da lì trae i suoi profitti.

Bisogna farla una buona volta una distinzione drastica tra i due termini: «progresso» e «sviluppo». [...] Quello che occorre – ed è qui a mio parere il ruolo del partito [...] e degli intellettuali progressisti – è prendere coscienza di questa dissociazione atroce e renderne coscienti le masse popolari perché appunto essa scompaia, e sviluppo e progresso coincidano. [...]

È in corso nel nostro Paese una sostituzione di valori e di modelli, sulla quale hanno avuto grande peso i mezzi di comunicazione di massa e in primo luogo la televisione. Con questo non sostengo affatto che tali mezzi siano in sé negativi: sono anzi d’accordo che potrebbero costituire un grande strumento di progresso culturale; ma finora sono stati, così come li hanno usati, un mezzo di spaventoso regresso, di sviluppo appunto senza progresso.

Pier Paolo Pasolini, Intervento alla Festa dell’Unità di Milano, Estate 1974

L’Istat ha comunicato i dati riguardo il vertiginoso calo della produzione industriale del 2009 rispetto al 2008, pari al 17,5%, considerata la diminuzione più alta dal 1991. In un solo anno un balzo all’indietro di ben un ventennio.

I settori che hanno risentito maggiormente di questa profonda crisi economica sono la metallurgia e la fabbricazione di macchinari in genere. Il settore alimentare registra un -1,6%, mentre quello farmaceutico un +2,8%.

D’altronde è sotto gli occhi di tutti la situazione dell’economia italiana, finchè se ne dica, è ferma al palo. L’opulenta Brianza poi è ormai alle corde, la piccola e media impresa è costretta a fronteggiare problemi di un mercato sempre più in flessione da un lato, e insoluti dall’altro, il tutto condito da un sistema bancario sempre più rigido nell’offrire credito. Situazione che viene nella quasi totalità dei casi pagata a caro prezzo dalle famiglie.

Sempre più nuclei famigliari vivono in situazioni di crescente difficoltà e disagio. Fin dall’inizio del nuovo secolo, anche a seguito di una spasmodica crescita complessiva dell’inflazione, i poveri sono aumentati, sempre più italiani sono in gravi difficoltà economiche o alle soglie di una simile condizione.

Sarebbe giusto e saggio partire dalla valutazione di questi dati senza dividersi fra pessimisti e ottimisti.

Sappiamo che le zone più colpite non sono più solo quelle del centro-sud del Paese, ma sono andate via via espandendosi anche in zone “franche”, dove il lavoro non è mai mancato. Oltre che non bastare più i soldi dello stipendio per arrivare a fine mese, avanza lo spettro di perderlo definitivamente, senza una ben chiara prospettiva futura.

Una situazione che inevitabilmente si riflette nella contrazione dei consumi e nel cambiamento stesso degli stili di vita.

In questa fase di difficoltà, il cittadino ha bisogno di tutto meno che di un taglio dei servizi, di un impoverimento del welfare, di una contrazione della sanità pubblica. Non servono una tantum estemporanee o azioni propagandistiche, quanto strategie concrete per sostenere chi sia in difficoltà a pagare l’affitto, assistere gli anziani, curare la propria salute, che sono poi l’equivalente dei diritti cui aspira ogni cittadino.

Questa situazione sembra essere lasciata a se stessa, non vedo politiche destinate a convertire una economia troppo legata al sistema economico/immobiliare, il quale nel corso dell’ultimo decennio ha portato oltre che ad un forte indebitamento, ad un progressivo abbandono di nuove tecnologie produttive, di nuovi stili di vita, destinati anche ad un pensiero di “decrescita”.

Se non ora, quando il momento di proporre un nuovo modello di sviluppo economico e sociale?

Andrea Sironi